Omelia nel 100° anniversario della nascita del Card. Giuseppe Siri

Il Concilio, luce per la vita cristiana
Nel 100° della nascita del Card. Giuseppe Siri

Genova, Cattedrale di San Lorenzo,
4 maggio 2006

Eminenza,
Eccellenze,
Cari Sacerdoti,
Religiosi e religiose,
Autorità civili e militari
Fedeli tutti

1. Il cammino di fede dell’etiope

Abbiamo ascoltato dalla narrazione degli Atti degli Apostoli l’incontro tra Filippo e l’etiope funzionario della regina: il problema di quest’ultimo è di comprendere la Scrittura che sta leggendo. Manca cioè del patrimonio di conoscenza di base, ma certo anche gli manca qualcuno che lo introduca e lo accompagni nel mistero cristiano, che è il cuore della Sacra Scrittura e a cui proprio il passo di Isaia che stava leggendo fa allusione.
Dalla serena esposizione della sua difficoltà, l’etiope è accompagnato da Filippo in un cammino di fede che partendo dall’annuncio evangelico, arriva a toccare le corde più profonde dell’animo, assetato di Dio. Egli riconosce in quella buona novella il senso pieno e beatificante della propria vita, «quello per cui da sempre era chiamato a vivere», in un linguaggio esistenziale odierno. E così nasce la richiesta di essere battezzato, di poter condividere la figliolanza divina, la comunione con il Dio trinitario nella Chiesa.

2. La grazia di Dio

Così anche il Vangelo di Giovanni riporta oggi le parole del Signore che quasi descrivono il cammino interiore compiuto da questo cristiano africano della prima ora.

Il Padre esercita nell’animo umano da lui creato una costante e delicata attrazione, – quella che la teologia chiama grazia – che, se assecondata dalla libera cooperazione dell’uomo, arriva a riconoscere nel Cristo quella pienezza che gli compete: siamo fatti da Dio e siamo fatti per Dio.
L’apice di quest’opera di attrazione e corteggiamento che Dio esercita sull’anima di oggi uomo si raggiunge nella comunione con Dio: il pane di vita è l’alimento che nutre e rafforza la vita divina in noi, l’Eucarestia. Tutta la vita cristiana conduce qui, alla comunione tanto reale e profonda quanto proiettata verso il Regno, oltre il tempo.

3. Tre luci nella vita del Vescovo Giuseppe Siri

La Parola di Dio, la catechesi ecclesiale, la celebrazione del mistero cristiano sono come tre luci di un unico candelabro che la Liturgia della Parola ci offre. In questo giorno in cui facciamo grata memoria per il dono dell’episcopato del Cardinale Siri mi piace leggere in queste tre luci il ministero stesso del Vescovo, di ogni Vescovo e del Vescovo Giuseppe Siri.

Il Cardinale fu un eccellente catecheta ed omileta. Sapeva cioè spezzare la Parola, andandone al cuore. Le sue omelie e i e suoi interventi erano straordinariamente brevi, ma mostravano dietro un lento e paziente lavorio interiore, frutto della preghiera e della esperienza pastorale. Certo poteva anche vantare un’accurata preparazione teologica che sempre lo sostenne: aveva avuto buoni maestri prima nel Seminario Diocesano e nei professori a Genova, poi nel Pontificio Seminario Lombardo e nell’Università Gregoriana a Roma.

Il suo amore per il culto divino lo aveva appreso dai Sacerdoti che lo avevano formato: il Suo Parroco, i Superiori del Seminario, e l’aria liturgica respirata nella Genova dell’abbazia Benedettina della Castagna, dei tanti Conventi domenicani, dell’abate Moglia, fondatore dell’Apostolato liturgico, maestro del grande abate Righetti.

4.L’esperienza del Concilio Vaticano II

Queste tre luci sono state però anche quelle che hanno illuminato il Concilio, di cui abbiamo da poco celebrato il 40 anniversario. Egli ne fu membro attivo e influente e le sue parole rivolte alla Diocesi appena ritornato da Roma, il 12 dicembre 1965, risuonano profetiche ancor oggi:

“Voi siete qui perché capite che la Chiesa Genovese, partecipando al Concilio per mezzo del suo Arcivescovo, ha avuto un onore, quale raramente si incontra nel corso dei secoli. (…)”. Per il Cardinale Siri il Concilio aveva una importanza storica, che si sarebbe assimilata e acquisita solo con il tempo, come per tutti gli eventi ecclesiali di quella portata. Ma già allora, ebbe cura di rispondere ad una domanda che echeggiava nel popolo:
«È stato forse mutato qualcosa nella dottrina della Chiesa?
Prima di rispondervi sono in obbligo di ricordarvi che nulla di quanto appartiene alla già certa dottrina della Chiesa e pertinente in qualsiasi modo diretto o indiretto alle verità di fede e di morale, nulla della costituzione della Chiesa, nulla di quanto è stato fissato da Cristo e – per suo mandato – dai Santi Apostoli, può essere mutato.
Al di là di questa linea impreteribile c’è tutto il mondo dei mezzi e degli strumenti delle minute e contingenti regole disciplinari che può mutare sempre. Le mutazioni – fauste certamente – che tutti avete fortemente notate nella Divina Liturgia soprattutto colla parziale introduzione dell’italiano nella Santa Messa e presto nel conferimento di taluni sacramenti e sacramentali, appartengono a questo secondo margine al tutto mutevole. I principi e la costituzione restano.
Orbene il Concilio nulla ha mutato nel proprio campo. Le due più grandi Costituzioni, quella sulla «Chiesa» e quella sulla «Rivelazione», non solo nulla hanno mutato, ma hanno certamente arricchito la tradizionale dottrina della Chiesa.
Si è fatto un gran chiasso sulla Collegialità dei Vescovi, quasi diventasse una limitazione del potere del Vicario di Cristo. Ma la Collegialità – è detto negli atti – nulla attribuisce ai Vescovi sulla Chiesa universale più di quello che se ne sapesse prima ed il Primato del Papa è quello che era. In più abbiamo avuto la più chiara esposizione di quella comunione che deve esistere tra tutti i Vescovi per una maggiore collaborazione col Papa e per una maggiore applicazione dell’impegno verso il bene universale.
Non che non sia mancato qualcuno che sognava di apporre qualche limite almeno indiretto all’esercizio dell’Autorità papale; ma se c’è stato ha avuto un’amara disillusione.

Insomma le mutazioni riguardano solo gli strumenti, talune modalità, uno stile congruo all’epoca in cui viviamo ed alle sue supreme istanze. Tutto campo di un mirabile aggiornamento, il quale, come ho detto prima, si risolve in un maggiore dovere.
Tutto ha avanzato; nulla è stato deformato di quanto è stabile per natura e per determinazione divina; nulla ha regredito. C’è stato aggiornamento, nessun rinnegamento.
Ho voluto rispondere subito – pur riservandomi di parlare e far parlare a lungo sull’argomento – ad alcune domande, che diverse circostanze rendevano ovvie sulle vostre labbra.
Ora concludo. La Chiesa ha conosciuto meglio se stessa, la diagnosi sui suoi bisogni e sugli eventuali difetti di uomini è stata spietata. L’affermazione della carità, dell’amore in tutta la considerazione ed in tutta l’azione per il mondo moderno è stata perfetta. Ma la Chiesa ha potuto vedere bene le rughe e gli appesantimenti dei suoi uomini e può trarre ora tutte le sue conseguenze. Ha potuto vedere bene e profondamente la logica più o meno razionale che domina il periodo in cui viviamo. E questo lo ha visto crudelmente, spesso con intimo sconvolgimento e dolore; ma ha guardato in faccia la situazione con un coraggio che nessuno al mondo ha avuto, anche se per farlo ha obbligato tutti i suoi Vescovi a sacrificare una parte del loro tempo e tutte le loro facoltà per la durata di quasi quattro anni, senza contare l’onere di coloro che hanno per due anni atteso alla preparazione del Concilio stesso. Essa sa ora cosa deve fare per almeno un secolo.
Salutate questa presa di coscienza, questo rude e implacabile stile di autenticità tanto consapevole della verità e stabilità divina, quanto conscio della debolezza umana! Salutatela e pregate Iddio perché anche le assemblee di questo mondo arrivino ad assolvere il loro compito colla stessa severa misura e colla stessa implacabile verità!
Tutto questo è costato, costato molto. A taluni padri del Concilio l’affanno ha abbreviato la vita. Ma il Concilio, che ha annoverato tra i Suoi mèmbri autentici confessori della Fede, non inferiori a quelli partecipanti al primo concilio di Nicea, che ha sentito talvolta l’afflato della Santità più forte del pericolo di innegabili errori e tentate perversioni, il Concilio dico, che ha sentito evidentemente l’opera dello Spirito Santo, e la verità dell’unica valevole Roccia sulla quale Cristo ha edificato la sua Chiesa – Pietro -, ha giustificato e compensato i dolori e le attese. Abbiamo inteso Padri non indegni di Atanasio, di Cirillo, di Agostino. Abbiamo sentito Pietro al Suo posto e da Lui abbiamo ricevuto in fine il saluto e la missione della pace.
Ora sarà necessario lavorare perché nessuno distorca o male interpreti gli Atti del Concilio. Prevedo il tentativo di una distorsione e metto in guardia ricordando a tutti che il Concilio lo si interpreta solo così:

il testo col contesto e con quello che nel testo è linea principale e subordinante;
completando ed intendendo sempre tutto secondo la mente della dottrina certa nella Chiesa fino dall’inizio del Concilio;
tenendo volto lo sguardo al Magistero della Chiesa solenne ed ordinario.
E vi ricordo che l’esercizio di questo Magistero è commesso esclusivamente al Romano Pontefice ed ai Vescovi in quanto agiscono con e sotto il Romano Pontefice. Non c’è posto per altri, se parliamo di Magistero vero, perché il potere di questo Cristo non lo ha esteso oltre. Riprendiamo il cammino: avremo molto da lavorare. Abbiamo assolto un dovere ed ora, più maturi e più sicuri volgiamo di nuovo lo sguardo agli ordinari e straordinari doveri, aumentati certo gli uni e gli altri!

5.Benedetto XVI e l’interpretazione del Concilio

Tornano subito in mente le parole di Benedetto XVI rivolte alla Curia romana sulla corretta interpretazione del Concilio: anch’egli si pone delle domande non diverse da quelle esposte allora in questa Cattedrale dal Cardinale Siri: “Qual è stato il risultato del Concilio? È stato recepito nel modo giusto? Che cosa, nella recezione del Concilio, è stato buono, che cosa insufficiente o sbagliato? Che cosa resta ancora da fare?”
Lo stesso Santo Padre continua ponendo di fronte un bivio di atteggiamento fondamentale di fronte all’evento del Concilio:
«Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare “ermeneutica della discontinuità e della rottura”; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall’altra parte c’è l'”ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino».
L’ermeneutica della riforma era quella intesa e difesa dal cardinale Siri in tutto il suo episcopato e possiamo applicare alla nostra Diocesi quanto Benedetto XVI dice dei frutti di questa interpretazione: «Ovunque questa interpretazione è stata l’orientamento che ha guidato la recezione del Concilio, è cresciuta una nuova vita e sono maturati frutti nuovi. Quarant’anni dopo il Concilio possiamo rilevare che il positivo è più grande e più vivo di quanto non potesse apparire nell’agitazione degli anni intorno al 1968. Oggi vediamo che il seme buono, pur sviluppandosi lentamente, tuttavia cresce, e cresce così anche la nostra profonda gratitudine per l’opera svolta dal Concilio».

6. Oggi

Oggi allora mentre raccogliamo le nuove sfide di una credibile e affascinante proposta di catechesi per l’iniziazione cristiana, come era toccato al diacono Filippo, lo facciamo sulla solida base dell’opera di appassionato amore alla Chiesa e al Vangelo che fu del Cardinale Siri, e che non meno animò i suoi successori.
Il nostro pensiero grato va al Cardinale Giovanni Canestri, oggi presente con noi nella preghiera, anche se non di persona; e un medesimo ringraziamento va il Cardinale Dionigi Tettamanzi, che ci onora con la Sua presenza, oggi pastore ambrosiano e successore di quel grande protagonista del Concilio che fu Giovanni Batista Montini, poi Paolo VI.
Possano questi fulgidi esempi risvegliare in tutti i fedeli l’amore per la Chiesa e i propri pastori e suscitare un rinnovato slancio evangelico: e specialmente, pensando alla Giornata Mondiale delle Vocazioni di domenica prossima, possa la nostra fervente preghiera ottenere il dono di sante vocazioni sacerdotali, degne dei grandi pastori della nostra storia.

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