Il ricordo del cardinale Giuseppe Siri

Eminenza Rev.ma, Eccellenze, Autorità, Rev. Canonici e voi tutti qui convenuti nel devoto ricordo del Card. Siri, l’invito rivoltomi di ricordare, nell’anniversario della sua morte, il Card. Giuseppe Siri come docente di Teologia, data la recente pubblicazione del primo volume delle sue Dispense Teologiche scolastiche, mi ha subito trovato consenziente, non per la presunzione di saperlo fare bene, ma per l’ammirazione e la gratitudine che ho sempre avuto verso l’indimenticabile maestro dei miei studi teologici. Altri validi insegnanti ho avuto, proseguendo gli studi a Milano e a Roma, ma è a lui che io debbo, unitamente a tanti altri suoi alunni, la formazione a quella mens teologica, che è l’anima di una autentica riflessione sul dato di fede. Cercherò dunque di illustrare, familiarmente, la figura del Card. Siri come docente di teologia, ricordando quegli aspetti che vivono nella mia memoria di alunno.

1. Il giovane chierico Giuseppe Siri completò la sua formazione teologica nella Pontificia Università Gregoriana, a Roma, colà inviato dall’Arcivescovo Mons. Minoretti, che di lui aveva molta stima per la non comune intelligenza, emersa negli studi sia filosofici che teologici. Terminò gli studi dopo l’ordinazione sacerdotale, conseguendo la laurea in S. Teologia «summa cum laude». Ne ebbe grande soddisfazione anche il suo Arcivescovo che già aveva parlato di lui al papa, Pio XI, il quale, in una udienza particolare, espresse al giovane teologo il suo compiacimento e i suoi auguri.

All’Università Gregoriana ebbe modo di ascoltare validi professori, ma chi gli rimase più presente alla mente e al cuore fu il gesuita padre H. Lennerz S.J. Molte volte mi parlava di lui come del «suo grande maestro». Ed effettivamente potei riscontrare l’influsso dell’illustre maestro anche nelle dispense scolastiche che il prof. Siri aveva preparato per noi alunni; influsso che riguardava il modo di impostare e risolvere certe dibattute questioni teologiche. Modo che, devo dirlo, fu utile anche a me nello svolgimento della mia tesi di laurea.

2. L’insegnamento in Seminario, il prof. Siri lo iniziò nel 1929 e lo svolse fino al 1946. Nel primo anno insegnò Teologia fondamentale, negli altri anni Teologia dogmatica. Divenne poi anche prefetto degli studi. Alcuni dei sacerdoti qui presenti furono suoi alunni e possono testimoniare con me il valore intellettuale e formativo di quelle lezioni. Continuò l’insegnamento come professore finché ha potuto, anche da vescovo ausiliare. Dovette poi lasciare quella cattedra avendone ricevuta un’altra, quella di S. Siro, come Arcivescovo di Genova. Da allora il suo insegnamento teologico fu calato nella cura pastorale della diocesi.

Ho incontrato per la prima volta il prof. Siri in seconda teologia. Di lui non sapevo nulla. Ero venuto, nell’Ottobre del ‘41 per motivi di salute, dal Seminario di Tortona a quello di Genova. È qui che si impose alla mia attenzione ed ammirazione la figura del professore di dogmatica. Ho ancora ben vive nella memoria quelle ore di lezione e lo stile di chi le impartiva.

Puntualissimo, le dispense nella mano sinistra appoggiata al petto, il viso serio, il professore faceva il suo ingresso nell’aula del corso teologico del vecchio Seminario di via Porta d’Archi. Era subito silenzio. Non c’era allora, soprattutto con lui, la benché minima ombra di goliardia scolastica. La lezione si svolgeva in questo modo. Il professore, enunciato l’argomento, lo inquadrava nell’insieme del trattato in corso, evidenziava poi i punti essenziali e passava quindi alla necessaria spiegazione. Questa avveniva con una chiarezza espositiva ed una coerenza logica, che non lasciava adito alle distrazioni; anche perché diventava alimento intellettuale e di fede. Il tempo passava in fretta, nonostante qualche volta, soprattutto negli aspetti speculativi, l’argomento non fosse facile. Alla fine, però, il senso di sollievo non era solo perché l’ora era finita ma perché molta della desiderata luce era entrata nella nostra mente. Sentivamo che si stava davvero realizzando in noi quella che il professore soleva definire, con espressione sintetica, «la quiete dell’intelletto». Così il prof. Siri diventava il professore delle certezze; e lui ci teneva ad esserlo. Rifuggiva non dai problemi ma dalla problematicità elevata a sistema; cosa certo deleteria per chi, con mentalità e slancio ancora giovanile, cerca chiarezza e solidità di fede. Quante volte lo abbiam sentito dire, proprio per questo suo amore e impegno di certezza: «Credo Deo revelanti et non theologo opinanti». L’insegnamento doveva essere un’irradiazione di verità e di fede. Furono proprio questi i motivi per cui, partendo dal nulla che sapevo di lui, divenni, poco prima di tornare alla mia diocesi d’origine, suo discepolo ed amico. E posso ben dire anch’io, come altri dei suoi alunni, di aver trovato in lui piena corrispondenza di maestro e di amico. Le vicende della guerra poi ci hanno maggiormente uniti.

Non è che in questo cammino nella scoperta della verità teologica ci lasciasse alla mercé dei nostri accomodamenti o della nostra pigrizia. Ogni giorno uno di noi veniva interrogato, sia pur brevemente, sulla lezione del giorno precedente. E bisognava essere preparati: una brutta figura con lui bruciava troppo. E poi assai rari erano i suoi 10 in profitto! A suo sostegno soleva ricordare che la materia accumulata mal si digerisce e peggio si assimila. Al che noi rispondevamo, ben inteso, dentro di noi, che per assimilare certe sue spiegazioni, quelle soprattutto a sfondo metafisico, ci voleva pur del tempo! Ma ecco che ad un certo punto del trimestre, faceva una pausa e diceva questa precisa frase: «Ed ora accendiamo i fari su quanto abbiamo detto». Era il momento del riepilogo comparato. Riepilogo nel quale emergevano la logica interna della trattazione, l’analogia della fede, l’inquadratura nelle categorie mentali atte all’assimilazione della materia. Era proprio quello che noi desideravamo.

E’ logico che, a questo modo, si arrivasse alla fine del trattato (di cui nessuna parte veniva mai sacrificata), ben preparati per gli esami finali. Ben preparati sì, ma non senza un certo timore, sia per il fatto stesso degli esami, che sono sempre un pericolo, sia per le circostanze in cui il fatto avveniva: atrio della grande biblioteca del Seminario, esaminandi vestiti di rosso (la famosa morella), presenza del commissario esterno, caro amico del professore, magari anche nostro, ma pur sempre giudice. (Era il ben noto, apprezzato e caro padre Raffaele Giachino dei Signori della Missione, del Seminario di Fassolo). Date le suddette circostanze era giocoforza che anche le risposte dovessero essere solenni: il che non è detto sia sempre avvenuto. Ad ogni modo tutti potevamo constatare che il professore, quanto era esigente nelle lezioni, altrettanto era comprensivo agli esami.

Un altro utile mezzo di insegnamento furono i circoli di teologia. Erano incontri settimanali con gli alunni per rispondere ai loro quesiti e portare l’aggiornamento che le circostanze richiedevano. Fu fedelissimo a questo impegno, e lo mantenne anche da Arcivescovo.

Possiamo ora chiederci se tanto ardente dedizione all’insegnamento fosse dovuta al fatto che la natura (coi doni di intelligenza, di metodo, di ascendente sui giovani) e le circostanze (studi approfonditi all’Università Gregoriana) rendevano l’insegnamento facile al maestro ed efficacissimo agli alunni. Senza dubbio questo complesso armonico di doti naturali ed acquisite avranno dato a lui il gusto dell’insegnare. Ma una seconda ragione è da tener presente. Il prof. Siri considerava l’insegnamento della teologia come la sua azione principale a bene dei chierici: non soltanto perché, essendo in Seminario come professore, l’insegnamento era un suo dovere di stato, ma perché in cattedra si sentiva sacerdote ed educatore di futuri sacerdoti. Cosa che fece subito presente a me, in una amichevole lettera, quando nel 1948 mi chiamò all’insegnamento della teologia in Seminario.

3. Devo però ricordare che il prof. Siri fu maestro di teologia, con lo stesso spirito, anche fuori del seminario. Per circa vent’anni fu insegnante di Religione al Liceo Doria, con memorabile ascendente sui giovani. Fu maestro in corsi importanti quali: i Convegni dei Laureati a Camaldoli, i Corsi agli Assistenti dell’Azione Cattolica, le conferenze alla Pro Civitate Christiana, i Corsi di Villa Paganini, presso Parma, effettuati per iniziativa dell’Opera della Sig.na Cappelli. Ad alcuni di quest’ultimi fui presente io pure. Ciò che impressionava l’uditorio, soprattutto in quel tempo di non molto diffusa cultura teologica, era il modo, non ripetitivo ma teologicamente personalizzato, con cui il docente presentava la dottrina. Erano verità già note ma ripensate, proposte ed analizzate in modo da far emergere aspetti generalmente lasciati in ombra, eppure di grande valore formativo.

Mi torna a proposito il giudizio di un sacerdote che fu professore in Seminario e impegnato nell’Azione Cattolica, Mons. Angelo Rebora, ben a conoscenza di questi corsi. Ha potuto scrivere: «Le lezioni del prof. Siri non erano un complesso di aride formule, ma si aprivano su prospettive, che attingevano in pieno le questioni vitali, e diventavano esse stesse vive di quella vita che tutto abbraccia e riconduce al suo centro: Dio. Quelle lezioni “prendevano” gli alunni, trascorrevano rapide e luminose; le obbiezioni che sorgevano alla mente, scomparivano via via che la lezione procedeva, sotto la parola del maestro, e alla fine nell’intelligenza era la luce e nel cuore la gioia della verità conquistata».

Non è mio compito, né ho il tempo per farlo, parlare dell’impegno dottrinale del prof. Siri in campo sociale, impegno che egli attuò sia in conferenze che in scritti. Al Card. Minoretti, cui succederà nella presidenza delle Settimane sociali d’Italia, dedicò il suo volume sulla Ricostruzione della vita sociale, opera pubblicata nel 1944 in piena guerra e che ebbi modo di seguire da vicino nel suo nascere. Due idee fondamentali teologiche l’autore aveva posto a base del trattato: il primato di Dio, come «Prima causa, fondamento di tutte le istituzioni umane e della società…»; il valore della Persona, ampiamente illustrato nel secondo capitolo, con una acuta indagine sul concetto, la dignità, le caratteristiche ed i nemici della persona. Considerava la Persona come il « principio, il criterio, la misura, il soggetto ed il punto di riferimento di tutte le questioni umane; è il centro da cui tutto parte, in cui tutto si cobra, cui tutto confluisce; il suo rispetto è alla base di una costruzione umana e non mostruosa». Parole di alto valore, soprattutto se consideriamo il tempo in cui vennero scritte.

4. È ovvio che il mio profilo del prof. Siri, come docente di Teologia, non sarebbe completo se non mi soffermassi un momento anche sulle opere di carattere strettamente teologico dogmatico da lui scritte a quell’epoca. Intendo riferirmi ai volumi dell’iniziato Corso di Teologia per laici, “La Rivelazione” pubblicato nel 1941 e “La Chiesa”, pubblicato nel 1944, nonché alle Dispense di Teologia per uso scolastico. Il primo volume di queste dispense è apparso da poco nell’Opera Omnia del Card. Siri, curata dal Sac. Dott. Nicola Lanzi ed edita da Giardini Editori e Stampatori in Pisa. Ho potuto ammirare il volume e rivedere con piacere quei punti caratteristici impressi nella mia memoria di alunno. Mons. Adriano Bernareggi, vescovo di Bergamo, ben noto nell’ambito della cultura cattolica di allora, così scriveva nella prefazione al volume “La Rivelazione”: «Il corso di Teologia per laici, di cui questo è il primo volume, è nato a Camaldoli… I convegni di Camaldoli ebbero origine dal desiderio di una più approfondita conoscenza della dottrina cattolica da parte di un folto gruppo di laureati… Orbene il Corso di teologia del prof. Siri, uno dei maestri di Camaldoli più autorevoli ed amati, appare come il completamento naturale e necessario di tutto ciò». Oltre a questa testimonianza voglio ricordare quanto, tempo fa, mi confidava Mons. Luigi Sartori, fino all’anno scorso Presidente dell’Associazione Teologica Italiana. Egli mi diceva che quando uscì il volume ne fece una recensione ma con giudizio piuttosto stroncatore perché aveva notato idee che gli sembravano troppo avanzate. In parte ciò era vero, ma a vantaggio dell’autore. Infatti nel campo teologico del suo tempo, il prof. Siri era certamente all’avanguardia. Del resto egli cercava di esserlo. Scriveva infatti: «Nella esposizione del dogma si domanda da molti il massimo di approfondimento sia storico che teoretico: lo si domanda in un linguaggio comprensibile alla mentalità moderna». E certamente rispose adeguatamente a tale domanda. Ed ancor oggi molti dei suoi approfondimenti reggono al tempo.

Quanto alle Dispense di teologia per uso scolastico, destinate agli alunni del Seminario, esse costituirono un valido apporto al metodo teologico e alla chiarezza espositiva. Apporto assai utile a noi che, secondo la moda del tempo, guardavamo con grande ammirazione i Trattati del Padre Biliot, molto aperto agli aspetti metafisici e speculativi della teologia (bastava vedere il suo “De Trinitate”), ma non altrettanto a quelli storico-positivi. Le dispense intendevano dunque curare l’aspetto positivo della teologia, ma riuscirono assai valide anche per l’aspetto speculativo. Per esempio, nel trattato “De Deo uno”, proprio quello testé uscito nell’Opera omnia, questioni difficili come il valore della nostra conoscenza di Dio, il rapporto tra la prescienza di Dio e la libertà dell’uomo, il problema della predestinazione, ebbero risposte che non si possono disattendere.

5. Mi sembra buona cosa concludere il profilo del prof. Siri con le stesse parole che il Cardinale ha lasciato scritte come prefazione alla stampa delle sue dispense, sul primo volume. Questa prefazione, di cui riporto i passi più significativi, la scriveva esattamente tre mesi prima della sua morte.

«Sono grato a chi ha ripescato tra le mie carte il testo delle lezioni di teologia tenute nei primi anni del mio sacerdozio per volere del mio Arcivescovo Card. Carlo Dalmazio Minoretti, come professore di dogmatica nel seminario di Genova… Sono lieto che il libro venga pubblicato nell’originale latino delle lezioni così come vennero scritte e ripetute in scuola, secondo la prassi di allora, e nella traduzione italiana ad opera dei curatori: e che sia come l’omaggio finale che in questi primi vespri dell’eternità rendo a Colui che in vita ho inteso conoscere, amare, servire… Il lettore vedrà che il libro presente è strutturato in modo classico – ma non senza un certo accento personale -nella successione dei temi e dei problemi affrontati entro un quadro organico di un trattato scolastico… Vorrei appena osservare che specialmente su quest’ultimo punto (la provvidenza e la sua volontà di salvezza, n.d.r.) penso di aver acceso qualche lume, che forse potrà servire di orientamento e di aiuto a chi cerca un po’ di chiarezza sul rapporto tra prescienza e volontà divina, da una parte, e libertà umana dall’altra… Non ho esitato ad esercitare la ragione e ad esporre i risultati della ricerca e della riflessione condotta sulla scia dei miei maestri, che sentivo di poter offrire ai miei alunni. In questo senso offro a Dio questo libro come un omaggio di fede e di ragione; agli amici di ieri e di oggi il mio affettuoso ricordo, a tutti i lettori l’augurio di accostarsi sempre più a Dio unico Grande, unico Eterno, fonte di ogni verità e di ogni vita ».

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