Il Cardinale Giuseppe Siri, profilo umano e spirituale

Conferenza pronunciata da Mons. Giacomo BARABINO, Vescovo emerito di Ventimiglia- San Remo e gi�? Segretario particolare e Vescovo Ausiliare del Cardinale, durante il convegno del maggio 2006 a Genova per il centenario della nascita del grande Arcivescovo genovese.
Non nobis Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam… il versetto del salmo 113, scelto dal Cardinale a sigillo delle Sue insegne episcopali, fu anche una delle Sue ultime invocazioni dal letto di morte, insieme alla preghiera preferita: Tibi Domine. Amen. Amen. Quocumque pretio, splendida esegesi del versetto biblico, che pare evocare anche l’inizio della Sua prima omelia in San Lorenzo: …non sono qui da me, non sono qui per me.

La figura del Cardinale (che ho avuto il privilegio di servire per 21 anni) è una figura a tutto tondo, vescovo in ogni momento della sua giornata, viveva con la consapevolezza di quella presenza di Dio, che sola può segnare l’intera giornata del cristiano con il carattere della più alta e vera ed unica ufficialità, che riscatta anche il gesto più banale, il più umile servizio. Non si incontrava in Lui neppure quella contrapposizione tra pubblico e privato, caratteristica della cultura dei nostri giorni, che presenta la vita ufficiale come un vestito da indossare in determinate occasioni e subito smesso per tornare al privato…

Nel Cardinal Siri il discrimine stava piuttosto tra quei momenti in cui nelle funzioni del suo ministero – durante le solenni liturgie, nella predicazione – lasciava da parte ogni traccia esteriore di partecipazione emotiva, consapevole di agire e di parlare a nome della Chiesa e non suo personale, e quelli in cui nel contatto con le singole persone: confratelli, familiari, sacerdoti, professionisti, amministratori, operai, rivelava una sorprendente umanità fatta di attenzione e di generosità…e di grande misericordia nei casi che inevitabilmente era tenuto a trattare.

Si dovrebbe parlare piuttosto della Sua fede, che ne informava l’intera personalità e quindi la profonda umanità: fede incarnata, teologia vissuta e insegnata anche nei gesti della quotidianità, nell’attenzione agli altri, nella pazienza, nella consapevolezza della dignità che aveva ricevuto da Cristo e dalla Chiesa, non per sé, ma per servire le anime a lui affidate.

A chi gli chiedeva come fosse sorta in lui l’idea di farsi prete, rispondeva che, a suo avviso, la vocazione era nata con lui, perché fin dall’infanzia nessun altro pensiero lo aveva occupato se non quello di diventare sacerdote. Sottolineava anche l’importanza dell’educazione cristiana ricevuta in casa dai genitori Nicola e Giulia… “Imparai il trattato De Romano Pontifìce sulle ginocchia di mia madre, a tre anni, quando mi diceva che il Papa parla tre volte al giorno con lo Spirito Santo”.

Una fede vissuta innanzitutto dalla famiglia nella quale viene alla luce, il 20 Maggio 1906, la fede di papà Nicola, timido, riservato, silenzioso, nato nel 1874 a Vara Superiore, sceso a Genova, a 17 anni, a lavorare in casa dell’onorevole Viacava dove incontrerà Giulia, di Gatteo (Romagna), vivace, senza complessi, estroversa, anche lei a servizio della stessa casa. Si sposano nel 1905, rimanendo alle dipendenze dell’onorevole Viacava, che affida loro la portineria della sua residenza genovese di Piazza Marsala, vicino alla Basilica dell’Immacolata. Una famiglia modesta, laboriosa, dignitosa, ricca di valori umani e spirituali: ricca di fede.

Mamma Giulia morì, dopo 43 anni di matrimonio, papà Nicola si trasferì allora in Arcivescovado, dove visse, accanto al figlio, fino a 92 anni, creando e sostenendo una vita di famiglia: era il papà e il nonno di tutti, in quella casa dal tenore di vita semplice ed assolutamente normale, residenza di un cardinale che amava dire, indicando in episcopio il suo appartamento privato… dietro quella porta non sono più il cardinale, ma un monaco…

Per tanti anni vicino al Cardinale, ho vissuto il calore della famiglia episcopale. Era una vera famiglia, serena e spiritualmente nutrita, nella quale si vivevano momenti gioiosi, festeggiando i compleanni e gli onomastici del Cardinale, del Papa, del segretario, delle suore, dell’autista, un uomo fedele, riservato, silenzioso e si condividevano profondamente gli immancabili momenti di sofferenza.

Alla sera c’erano abitualmente impegni e si rincasava tardi e stanchi…spesso il cardinale mi diceva… “sentirei volentieri due battute del Cardinal Lambertini…” da una registrazione della famosa commedia interpretata da Gino Cervi; oppure, seduti in cucina, mentre preparavo la consueta camomilla…” Me lo daresti un cioccolatino?…Oggi me lo sono guadagnato!”.

In alcune occasioni, il Cardinale era solito invitare a pranzo, tra i canonici e i preti a servizio della Cattedrale, i sacerdoti soli… “quello lassù” (indicando il vescovado), diventava così un amico e ci si informava con assiduità sulla sua salute, quando non stava bene… A Natale veniva per la cena la sorella con tutta la famiglia…era un vero Natale in famiglia.
Ancora un ricordo…personale…avrei preferito rimanere con Lui…non ci sono riuscito…però aveva voluto che tenessi le chiavi di casa e tornassi il più possibile…voleva sapere cosa facevo…

Il piccolo Giuseppe (Peppino,così chiamato in famiglia), venne battezzato a pochi giorni dalla nascita (20 maggio 1906) nella Basilica dell’Immacolata, in Via Assarotti, la chiesa genovese più cara al Cardinale, dove singolarmente visse non solo il suo primo momento ufficiale, il Suo ingresso nella comunità cristiana, ma anche l’ultimo, il pontificale dell’8 Dicembre 1988, Festa dell’Immacolata, ormai arcivescovo emerito, già gravemente provato dalla malattia.

La fede che Giuseppe riceve in dono dall’Immacolata, ha in papà Nicola il primo modello, il primo testimone, una fede limpida, semplice, forte e vissuta in una vita di sofferenza e fatica, ma serena perché costantemente unita al Signore, e nel parroco monsignor Grondona, il primo maestro.
Il parroco dell’Immacolata insegnava raccontando (il Cardinale ne parlava spesso) …offrendo al giovane Siri un modello sacerdotale capace di coniugare l’autorità del maestro con l’affabilità del pastore. Si ricorderà di lui anche nel Suo testamento spirituale.

La Basilica vide così la sua crescita spirituale e sacramentale, scandita dalle tappe canoniche della prima comunione e della cresima alle quali si aggiunse l’inizio del suo servizio alla Chiesa, servizio che lo impegnerà tutta la vita,…e per ora si concretizza nel semplice ruolo di chierichetto.
L’entusiasmo del giovane Siri, attirato dalla solennità della liturgia,dalla figura di monsignor Grondona, parroco esemplare, capace di valorizzare una vocazione ancora ai suoi albori, ma decisamente convinta, portarono Giuseppe in Seminario, nell’Ottobre del 1916, a dieci anni di età.
Intelligente, ma troppo vivace, rischiò di essere rimandato a casa, bastò però un richiamo del Rettore e diventò un alunno esemplare, tra i più dotati.

Il seminario e quindi l’ordinazione sacerdotale, la laurea summa cum laude alla Gregoriana, l’insegnamento, l’episcopato, il cardinalato…la sua carriera fu rapidissima e la sua figura diventò così, in brevissimo tempo pubblica, ufficiale e riconosciuta quasi esclusivamente come tale, restando in ombra la Sua umanità e la profonda spiritualità ad essa intimamente congiunta.

Lo studio della teologia gli permise di trovare in Dio l’universo intero, nei suoi variegati aspetti, con le sue esigenze, i suoi problemi, ma anche con tutte le indicazioni per lo stesso progresso e per la felicità dell’uomo…liberato lo studio della teologia da ogni aridità concettuale, aveva trovato in essa la via della vita).
Anche quando tale via implicava con dolorosa coerenza l’assunzione del linguaggio della Croce, linguaggio non facile, che finì a volte per procurargli la fama di duro, mentre si trattava solo del consapevole rifiuto di ogni compromesso.

Si è parlato molto del Siri teologo e cardinale, amerei che da queste mie parole potesse emergere invece quell’umanità e quella profonda spiritualità che solo chi lo ha conosciuto da vicino ha potuto scoprire giorno per giorno: dottrinalmente intransigente, certo, ma ricco di misericordia nei casi personali affidati al Suo giudizio di superiore, capace di intervenire presso i competenti dicasteri romani a favore di sacerdoti che rischiavano pene canoniche e presso lo stesso Pio XII, commosso fino alle lacrime da un suo intervento, e dal suo amore di pastore.

La Sua umanità si traduceva anche in gesti concreti: le trattative per la salvezza del porto di Genova, accanto al Cardinal Boetto, dello stesso porto ancora salvato nelle persone dei suoi lavoratori, per i quali non aveva esitato a rispondere alla richiesta di un suo coinvolgimento personale nelle trattative industriali e ad interessarsi perché nuove commesse arrivassero dall’estero in un momento di paralisi delle sue attività, parla la storia cittadina, e soprattutto la memoria viva dei camalli del Porto (della C.U.L.M.V.).

Ma anche i piccoli gesti, hanno una loro eloquenza: la santità, scriveva San Francesco di Sales, inizia dalle buone maniere.

Il Card. Siri rispondeva alle lettere dei suoi sacerdoti entro le ventiquattrore, ed avevano la precedenza anche su affari ufficialmente più importanti. Alla loro morte solitamente celebrava la Messa funebre; erano attese le Sue omelie, non un elogio funebre del defunto, ma un ritratto secondo verità. Molte volte si commuoveva, obbligato a lunghe pause più eloquenti delle parole.

La sua profonda spiritualità e la sua umanità furono quasi oscurate, agli occhi di chi non ebbe la fortuna di conoscerlo personalmente, dal gesto ieratico, austero, solenne, quasi impersonale delle sue liturgie, per lasciare il posto alla Voce di Cristo e della Chiesa.
Il gesto liturgico doveva essere segno visibile e coerente di quella Bellezza, sempre antica e tuttavia sempre nova, che sola, secondo Sant’Agostino, riesce ad attrarre un cuore di per sé naturalmente disposto ad accoglierla.

La consapevolezza della sua dignità di Arcivescovo e di Cardinale della Chiesa, proprio perché rettamente vissuta non per sé, ma come servizio, non lo relegava in una torre d’avorio, ma lo rendeva intimamente partecipe di ogni umana realtà a lui affidata dalla Provvidenza, gli permetteva di cogliere i problemi della gente, commuovendosi a volte fino alle lacrime.

Il Cardinale sarà allergico ai baci e agli abbracci; ti porge solo la mano da baciare: è un semplice gesto, ma senti che ti arriva qualcosa, diceva un sacerdote al termine di un colloquio, ed era vero, chiunque si fosse rivolto a Lui, per un problema, per una particolare sofferenza, percepiva nell’austerità della persona il cuore di un padre.
Le parole della Sua ultima omelia in San Lorenzo ci danno le ragioni teologiche del suo tratto verso la gente incontrata in più di quarant’anni di ministero episcopale… ogni singolo gli appariva caro, mai uno della massa, mai un numero, ……e l’unico limite era allora il tempo a disposizione, non certo lo stato sociale della persona che gli stava davanti: e affermava: Ho sempre stimato gli uomini perché mi sono sforzato di ricordarmi che creati da Dio portano con loro naturalmente il bene e quando in loro si vede innanzitutto il bene che tutti hanno, si trattano in modo degno e diverso.

E la stessa precisione del cerimoniale era ancora servizio alla Chiesa ed ai Suoi figli, perché anche l’ultimo dei fedeli aveva il diritto di vedere il proprio arcivescovo rivestito delle debite insegne: Sono Cardinale e mi vesto da Cardinale… per rispetto alla chiesa ed ai miei ospiti, mai mi presenterei se non vestito come vuole la mia funzione… aveva detto ad un giornalista che gli faceva osservare il progressivo abbandono, nella Chiesa postconciliare, dell’abito ecclesiastico .
Era attento anche ai più piccoli, alle loro sofferenze, a quelle dei loro genitori. Li visitava all’Istituto Gaslini, di cui era parroco-abate, e li aveva affidati al suo confessore, al francescano a lui più vicino, a Padre Damaso da Celle, suo vicario parrocchiale.

Ad un parroco che gli aveva portato, in occasione dell’ultima malattia, un biglietto augurale firmato da alcuni ragazzi dell’Azione Cattolica, commosso aveva chiesto di ciascuno, perché la loro spirituale presenza e partecipazione alle sofferenze dell’Arcivescovo non fosse ai Suoi occhi solo una semplice firma…..
Teneva molto in considerazione i rapporti umani: spesso alla sera incontrava giovani studenti, professionisti, docenti, medici, operai… per parlare di argomenti culturali, di attualità, riguardanti il mondo della cultura e del lavoro – dimostrava una viva attenzione alle problematiche delle varie categorie e considerava tali incontri la sua finestra privilegiata sul mondo e l’occasione per offrire il Suo pensiero di riconosciuto interprete della dottrina sociale della Chiesa. Nella discussione dimostrava anche una grande disponibilità, senso dello humour e una sua battuta bastava a creare un clima più disteso e meno reverenziale.

Uno studente di allora ha scritto. Per gli incontri non c’era un tema. Eravamo liberi di chiedere tutto quello che ci interessava ed ad ogni domanda rispondeva. Parlava di tutto: teologia, filosofia, storia, politica, vita della chiesa. Il Cardinale era un Maestro eccezionale: le cose complesse diventavano semplici e la sua profonda preparazione teologica si accompagnava ad una conoscenza dettagliata della storia, della geografia, dell’arte, della dottrina sociale tale da sbalordire: riunione dopo riunione, all’entusiasmo e all’ammirazione si aggiunsero sentimenti più profondi e un legame di devota amicizia.

Nell’incontro personale dimostrava sempre una grande attenzione alla persona che aveva davanti, nella quale, al di là delle possibili disparità di vedute e di sentire, riconosceva quella misteriosa presenza del Signore nella creatura, che esigeva rispetto, dedizione, amore di padre e sincera preoccupazione e la ricerca di soluzioni concrete al caso che gli veniva sottoposto.
Tale consapevolezza della presenza del Signore nella creatura sorgeva dalla Sua profonda devozione e contemplazione, nel mistero eucaristico, di quella stessa Presenza, perfetta e completa: corpo e sangue, anima e divinità. Nelle chiese esigeva la collocazione del Tabernacolo in posizione ben visibile e nobile….da non doverlo cercare…

Alcune lettere pastorali al clero costituiscono una stupenda riflessione teologica sulla dignità del sacerdozio. Scriveva … il sapere che ad un uomo è stato conferito il potere stesso di Cristo e la Sua stessa dignità, non può che suscitare commozione… ecco lo sfondo del Sacerdozio!…..
Riflettere fin dove esso entri nel mistero del mondo, nei destini dell’umanità, nelle anime, nelle vicende di ogni genere è cosa che dà le vertigini. Dietro al gesto del sacerdote si sposta qualcosa nel Cielo, nella terra, negli inferi. Certe sue azioni segnano l’eternità.

Ed anche in questo caso, la sapienza teologica non restava lettera morta o pia intenzione, ma ne determinava il tratto umano, caratterizzato dal profondo affetto di padre provato nei confronti dei suoi sacerdoti, che conosceva ad uno ad uno, che seguiva fin dal seminario, ai quali scriveva personalmente una lunga lettera in occasione dell’ordinazione e del primo incarico pastorale…
…quella lettera mi ha accompagnato per tutta la vita e mi è stata preziosa nei momenti particolarmente difficili. Essa mi faceva sentire che il Vescovo mi era vicino e che avrei sempre potuto contare sulla sua comprensione e sul suo aiuto… riferisce la testimonianza di un sacerdote raccolta da monsignor Grone.

I sacerdoti non avevano bisogno di un appuntamento per essere ricevuti dal Cardinale, che metteva a loro disposizione il maggior tempo possibile: raramente li invitava a presentarsi e, se arrivavano in ritardo, rimediava con la disponibilità di trovare ugualmente tempo necessario.

Al termine del solenne ingresso di S.E. Mons. Giovanni Canestri, consegnato simbolicamente il pastorale al successore, dopo averlo accompagnato alla Cattedra, uscì, per recarsi a Pedemonte di Serra Ricco’ e sostare in preghiera davanti alla salma di un sacerdote, mancato quella stessa mattina, al termine della celebrazione della santa messa .
II Cardinale, che poche ore prima insieme al pastorale aveva – sono parole sue – consegnato la storia al suo successore – ed erano stati quarantun anni vissuti da protagonista non solo della storia religiosa ma anche dalle storia civile della città – era lo stesso cardinale che visitava la salma di un umile prete di una Diocesi ormai non più Sua.
Anche in questa occasione, il Cardinale, che aveva appena vissuto con profonda partecipazione un momento emotivamente grande e difficile allo stesso tempo, rivelò quella profonda umanità dei piccoli gesti, che abbiamo già visto, diversa espressione di un’identica ricchezza interiore.

Il segreto di questa umanità lo abbiamo già ricordato nel Suo vivere la presenza di Dio, piuttosto che alla presenza di Dio… una Presenza sentita vicina in ogni Suo gesto, che non escludeva, ma richiedeva una personale fedeltà all’Orazione, che occupava grandi e ben determinati spazi della Sua giornata, sempre in comunione con la Chiesa e precisa nel seguire le scadenze del calendario liturgico.

Penetrare il segreto della Sua preghiera era molto difficile, anche per i Suoi più vicini collaboratori: Cor ad cor loquitur, certo, ma il Suo era anche un cuore orante unito profondamente ad un intelletto di teologo che arricchiva di perenne lucido stupore la Sua meditazione dei divini misteri.

Ma sapeva anche ritornare bambino, ripetendo ogni mattina ed ogni sera le stesse preghiere apprese sulle ginocchia della mamma, offrendo al Signore la stessa tenerezza e lo stesso abbandono: con quella confidenza che lo spingeva ad usare il genovese per le richieste che gli stavano più a cuore…

Preferiva le formule, espressione della sapienza millenaria della Chiesa, e oltre al Breviario recitava quotidianamente il santo Rosario. Viveva intensamente le ricorrenze più importanti del calendario liturgico: in quei giorni era talmente immerso nella contemplazione del Mistero che veniva celebrato, che sembrava nessuna altra cosa lo interessasse: fin dalla Vigilia ne cantava in Cappella l’Ufficio delle Letture con dirigenti e giovani dell’Azione Cattolica. All’attenzione rigorosa al rito esteriore dei suoi pontificali, corrispondeva un’uguale preparazione della sua liturgia interiore, non meno solenne.

Verrebbe da riconoscergli una vocazione monastica, non solo per l’umiltà del tenore di vita, che abbiamo già ricordato, ma per l’attenzione benedettina allo splendore liturgico, e per l’orazione privata, che poteva richiamare alla memoria il Beato Cardinal Schuster…che aveva avuto come confessore nel periodo degli studi a Roma. Era solito ripetere due volte le preghiere del mattino e della sera, per sé e per chi non le conosceva neppure o non le recitava mai.

Ho iniziato questi cenni con le ultime parole del Cardinal Siri, lo ricordiamo ancora negli ultimi giorni segnati dall’eroica offerta di sé nella sofferenza: fattosi ormai cero che arde e si consuma davanti al tabernacolo, come aveva definito la Sua persona dal momento in cui non aveva più potuto celebrare la Santa Messa.

Ricordo il Suo Viatico: accolse la fine della sua vita, con la piena consapevolezza della realtà che questa gli avrebbe dischiuso, dopo averla meditata per tutta la vita, fedele all’impegno che un giorno aveva dato ai suoi stessi seminaristi: Guardate al ‘dopo’ per allenarvi ‘ora ‘!.

Anche il Suo testamento spirituale rivela la forza della Sua fede sempre vissuta,nutrita e trasmessa,ma anche la ricchezza della Sua umanità…richiamando la figura del Buon Pastore, proposta e realizzata da Gesù, il vero Buon Pastore.

“Vi lascio per entrare nella vita eterna…vi attendo tutti, per la umile speranza che il Signore mi accolga con sé… Abbiate pietà di me, perché con le vostre preghiere spero sia abbreviato il mio Purgatorio….
Sono felice di aver servito Dio, di aver avuto in mente, per tutta la mia vita, la Santa Chiesa soltanto.
Sono felice di aver esercitato soltanto il Sacerdozio e quello che anche casualmente ne diventava mio dovere… Felice di aver amato la Santissima Vergine come madre… il mio meraviglioso patrono San Giuseppe… Sono felice di aver lottato sempre per difendere la Dottrina Cattolica e di avere servito…
Chiedo perdono …e perdono!”

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