Newsletter n.45

Lunedì, 29 Marzo, 2010

Il prossimo 19 marzo – festa di S. Giuseppe e onomastico del Card. Siri - il nostro sito ha compiuto tre anni di attività, durante i quali si è accresciuto ed ha anche incontrato interesse ed apprezzamento. Abbiamo complessivamente avuto circa 90 mila visite, e non è poco! A tutti chiediamo di continuare a seguirci, a sostenerci e anche a farci conoscere.
Il 19 febbraio scorso si è svolta a Roma la presentazione del volume “Siri, la Chiesa e l’Italia”, che raccoglie gli atti del convegno svoltosi nel settembre 2008 per ricordare l’80° di sacerdozio del nostro Cardinale. Il 4 marzo è stata la volta dell’Università Cattolica di Milano, che ha ospitato un’altra presentazione. Nel sito trovate alcune recensioni del libro, l’articolo di “Avvenire” sulla presentazione a Milano e la registrazione degli interventi di Mons. Fisichella e del prof. Pertici a quella di Roma. A voi offriamo il testo del Card. Dionigi Tettamanzi per la presentazione del volume il 4 marzo scorso.
Abbiamo aggiunto nelle sezioni “Testi del Card. Siri” e “Testi sul Card. Siri” i seguenti contributi:
“Sacerdozio secondo il Vangelo” - Lettera pastorale al clero (1962)
“Non mimetizzarsi” - Lettera pastorale al clero (1967)
“L’aldilà tra fantasia e teologia” – Editoriale di “Renovatio” (1979)
“Introduzione a «Il Sacerdozio Cattolico - I - Lettere pastorali e studi sulle vocazioni, i seminari, i seminaristi e sul sacerdozio», del Card. P. A. Mayer
“Il Cardinale Giuseppe Siri, i Cappellani del lavoro, il suo amore per Genova”, di Mons. Luigi Molinari
“Quarant’anni di lavoro silenzioso con il Cardinale Siri”, di Suor Cristina.

Vi rinnoviamo l’invito ad iscrivere alla nostra Newsletter conoscenti interessati alla figura del Card. Siri (basta andare alla sezione “Newsletter” e inserire l’indirizzo email della persona, che potrà poi anche rifiutare l’invio della Newsletter se non lo gradisce).
A tutti i più sentiti auguri per la Santa Pasqua!

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Presentazione del volume
“Siri, la Chiesa, l’Italia”
Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore – Sala Negri da Oleggio

Il card. Giuseppe Siri e Milano

Sono lieto di essere quest’oggi nuovamente all’Università Cattolica del Sacro Cuore per la presentazione di un volume, nel quale sono raccolti, accompagnati da ulteriori contributi, gli interventi svolti nel Convegno su “Momenti, aspetti e figure del ministero del card. Giuseppe Siri”, celebrato a Genova nel settembre 2008. Saluto cordialmente il Rettore Magnifico, prof. Lorenzo Ornaghi, l’Ambasciatore Sergio Romano e tutti presenti, come pure il curatore dell’opera, Paolo Gheda; ricordo di avergli a suo tempo permesso di accedere all’archivio personale del Card. Siri e constato con piacere che in questi anni ha continuato quelle ricerche.
Credo di interpretare correttamente l’invito che mi è stato gentilmente rivolto alla presentazione di “Siri, la Chiesa, l’Italia” anzitutto collegandolo al fatto che nel 1995 fui chiamato a divenire il secondo successore, dopo il Card. Giovanni Canestri, del protagonista di questo libro. Come Arcivescovo di Genova per sette anni, ho potuto quindi toccare con mano quanto per la città e per la Diocesi, per la società civile e la comunità ecclesiale, è stata significativa l’azione di questo figlio di Genova divenuto suo pastore per oltre quarant’anni. Le persone, le iniziative, gli ambienti, le istituzioni di quella città che ho avuto modo di avvicinare mi hanno dato un’impressionante testimonianza della molteplice opera del Card. Siri. Il passare degli anni dalla sua morte non ha per nulla affievolito il ricordo di lui, l’ammirazione per ciò che è stato e ha fatto per il suo popolo, la gratitudine per una generosa donazione di sé da vero buon pastore.
A questo ricordo del popolo cristiano e della società si è negli ultimi anni sempre più associato anche uno studio storico della vita, del pensiero e dell’azione di questo grande Vescovo. In occasione del X anniversario della sua morte, esprimevo nell’omelia una considerazione che mi pare opportuno ripetere in questa circostanza: “Qual è il ricordo che qui vogliamo vivere nei suoi confronti? Diciamolo subito: non è un ricordo propriamente storico-scientifico, di sua natura piuttosto esteriore e intellettuale. Non è questa la sede e non è questo il momento per addentrarci in un simile ricordo, che esigerebbe di compiere, quasi tentando un bilancio non certo semplice, una lunga rivisitazione della persona e dell'opera del Card. Siri, e che esigerebbe ancor più di individuare il significato dottrinale e pastorale della presenza di questo eminente Arcivescovo di Genova non solo nella sua Chiesa ma anche in quella italiana e universale, e tutto questo in un'epoca storica quanto mai densa di eventi e di sfide di singolare portata, epoca che peraltro si estende dal periodo post-bellico al Vaticano II e al periodo postconciliare. Quanto si è fatto sinora a questo proposito è solo parziale e attende, anche grazie a una documentazione che viene completandosi, una valutazione complessiva oggettiva e serena e comunque necessaria per chi deve scrivere la storia della Chiesa” (1) . Il volume che viene oggi presentato si inserisce come una significativa tappa nel percorso di necessaria indagine storica, che dovrà essere ulteriormente proseguito e approfondito. Personalmente penso che la grandezza della figura di Giuseppe Siri, colta quasi istintivamente da tante persone, sarà sempre più confermata anche dall’indagine storica.
Nella lettura di questo libro mi ha colpito come emerga a più riprese un molteplice legame tra il Card. Siri e Milano, cioè con i suoi Vescovi, la sua vita ecclesiale e le sue istituzioni. Più che dare una lettura complessiva del volume, come pastore di questa Arcidiocesi, vorrei soffermarmi brevemente a rilevare questo aspetto dei rapporti fra il Card. Siri e Milano, offrendo anche qualche ulteriore elemento.
Anzitutto va ricordato che nella formazione del giovane seminarista e sacerdote Giuseppe Siri ebbe un ruolo determinante il Card. Carlo Dalmazio Minoretti (1861-1938), presbitero milanese, divenuto Vescovo di Crema e poi Arcivescovo di Genova dal 1925 al 1938. Egli, prima professore di filosofia nel nostro seminario e poi prevosto di Seregno, fece proprie anche nel suo ministero episcopale due direttive fondamentali del pontificato di Leone XIII: lo studio di S. Tommaso d’Aquino e la dottrina sociale. Il Card. Minoretti inviò il giovane Siri a Roma, dove fu alunno della Pontificia Università Gregoriana e del Seminario Lombardo e, dopo averlo ordinato sacerdote il 23 settembre 1928, lo volle docente di teologia dogmatica in seminario. E’ inoltre interessante rilevare che sia il Card. Minoretti sia il Card. Siri furono entrambi presidenti delle Settimane Sociali.
Fu certamente grande l’impronta che lasciò nell’anima di don Siri la forte personalità del padre del suo Sacerdozio, tanto che mi pare di poter ravvisare una somiglianza spirituale fra questi due uomini di Chiesa. Il Card. Siri, delineando il profilo del suo maestro e predecessore, affermava: “La verità era in Lui più grande di Lui... Per tale motivo non amava la retorica, quasi fosse un indecoroso avvolgimento della verità.... Rinunciava anche alla mozione degli affetti, si comportava come se il sentimento non vibrasse in Lui - e non era vero perché spesso gli mancava per l’onda di quello anche la voce - pur di non mettere nel nitore della verità qualcosa di umano, di troppo umano e pur di non diluire l’intrinseca forza e la gigantesca logica di quella... Aveva l’abitudine intellettuale e spirituale delle grandi idee, del più alto ed universale livello delle questioni e dei principi. Il suo discorrere era sempre dei sommi principi della Fede e della ragione” (2). Rileggendo queste parole, viene da chiedersi: ma non furono questi alcuni dei tratti spirituali anche del Card. Giuseppe Siri?
Come Arcivescovo di Genova e Cardinale di Santa Romana Chiesa, egli ebbe rapporti con i Pastori della Chiesa milanese.
Durante gli anni di studio a Roma avvenne l’incontro con il beato Card. Alfredo Ildefonso Schuster, allora Abate di S. Paolo fuori le Mura, dove il giovane seminarista genovese partecipò con gli altri alunni del Lombardo agli esercizi spirituali predicati dal superiore del cenobio romano. Venticinque anni più tardi i due uomini di Chiesa si ritrovarono, l’uno alla fine e l’altro ancora all’inizio del ministero episcopale, a collaborare ai primi passi di quella che diverrà la Conferenza Episcopale Italiana. Nel 1959 il Card. Siri fece una lunga deposizione nel processo di beatificazione del suo confratello, e dalle sue dichiarazioni emerge la sua grande venerazione per il Cardinale benedettino, di cui mise in luce l’eroica pietà, “tuffato nel soprannaturale, immagine della costante presenza di Dio” (3). Questa devota ammirazione per Schuster l’aveva istillata nel giovane Siri Mons. Giacomo Moglia, fondatore dell’Apostolato Liturgico genovese e figura di primo piano nel movimento liturgico dei primi decenni del ‘900. Moglia “si compiaceva d’averne rapporti personali di amicizia e nella scuola commentava il suo ‘Liber Sacramentorum’ del quale allora di quando in quando uscivano i volumi relativi” (4) (sono parole di Mons. Antonio Durante, compagno di Seminario di Giuseppe Siri). E la dice lunga il fatto che il neo-sacerdote genovese volle venire a Milano l’8 settembre 1929 per assistere all’ingresso del Card. Schuster in Diocesi. Anche in questo caso possiamo cogliere una singolare affinità fra questi due insigni pastori, che ebbero entrambi vivissimo il senso della maestà di Dio (5), dal quale discende una coerente visione della liturgia della Chiesa. Infatti, “alla scuola di mons. Moglia, Siri apprese il principio che «il culto a Dio resta il primo dovere dell’uomo e della Chiesa» e questo principio guidò sempre l’azione del Cardinale come liturgo” (6). Sarebbe interessante uno studio che raffronti l’idea e la prassi liturgica – illustrate nel volume presentato dal contributo di p. Lang (7) – con quelle proprie del Card. Schuster. E’, comunque, interessante ricordare che una delle venute dell’Arcivescovo Siri a Milano in quegli anni fu quella per tenere il 9 settembre 1952 la prolusione alla settimana dedicata alla santificazione della festa.
Il volume che oggi viene presentato offre poi un notevole contributo alla conoscenza e all’approfondimento del rapporto fra Giuseppe Siri e Giovanni Battista Montini (8). Il loro fu un rapporto pluridecennale, iniziato a Roma negli anni Venti, ma che ebbe una particolare intensità negli anni dell’episcopato milanese del futuro Paolo VI. I due Arcivescovi condivisero, anche a livello di C.E.I., la comune preoccupazione ed impegno non solo per la vita ecclesiale, ma anche per la situazione della società e della cultura nel nostro Paese. Vorrei qui ricordare il profilo che il Cardinale genovese tracciò del Pontefice bresciano alla morte di lui: esso mostra non solo un’attenta penetrazione psicologica, ma anche una profonda ammirazione, che smentisce un ancor’oggi diffuso quanto riduttivo stereotipo che vorrebbe contrapporre questi due grandi uomini di Chiesa, i quali, invece, seppero vicendevolmente apprezzarsi e stimarsi. Del resto, uno degli elementi caratterizzanti della visione ecclesiologica del Card. Siri fu sempre la sottolineatura del ruolo del ministero petrino, e questa visione di fede fu sempre superiore a tutte le considerazioni umane.
Nella Messa funebre per Paolo VI nella cattedrale di Genova, il Cardinale Arcivescovo così delineava la figura del Papa scomparso: “Fu una personalità eccezionale. Guardava con quei due occhi che parevano dardi, capiva, recepiva, sintetizzava e immediatamente ritornava con perfezione di pensiero e di forma quello che si era detto... Scandiva le questioni, incideva le istruzioni. Dietro a questo imperio intellettuale c'era una capacità emotiva che lo rendeva fremente e faceva fremere gli altri... Era fatto per guardare le questioni dall'alto e per farle entrare colla vibrazione onesta nei cuori... L'anima religiosa bruciava in lui come una torcia. Fu di una sensibilità non meno straordinaria. Il guaio degli altri si ritorceva in lui fino allo spasimo e allora, se parlava si udiva quel tono gutturale caratteristico della sua voce, quasi di arco che si spezzava. Non volle condanne, fu mitissimo con uomini che altri avrebbero giudicato con severità estrema... E' questa sensibilità che spiega la Sua umanità e la Sua larghezza nei contatti col mondo, nella fede per la pace, nella solidarietà costante coi dolori e le aspirazioni di tutti i popoli… Era come la corda tesa di un grande strumento che non può non vibrare potentemente a lungo. Fu un uomo di sofferenza. Lo fu per temperamento, prima ancora che la responsabilità delle Somme Chiavi lo mettesse dinnanzi a questioni ponderose ad insinuazioni taglienti a spettacolo di uomini cattivi. Soffriva di tutto... La incertezza che talvolta lo afflisse non proveniva da carente rilevamento intellettuale ma dal timore di far male a qualcuno e di chiudere a qualcuno le porte del Divino perdono e della grazia di Dio…. Paolo VI fu uomo di grandi vedute. Conosceva la sua responsabilità davanti a Dio e davanti agli uomini. Pertanto vide sempre l’intera prospettiva dei fatti e a questa visione d'insieme si ispirava. E’ qui dove non sempre fu capito, sì da trarne dolore cocente” (9).
Da parte sua Paolo VI aveva ben chiare le doti e i meriti del Porporato genovese, come dimostrano le parole che il Papa pronunciò nel 1968 in occasione di un’udienza a 3.500 pellegrini da Genova: “Al dotto e zelante Pastore, che Noi abbiamo la sorte di conoscere da lunghi anni, porgiamo il Nostro riverente e cordiale «benvenuto»; a lui il Nostro riconoscimento per la sua dottrina teologica, per l’opera prestata durante non brevi e non facili anni all’intero Episcopato Italiano, per quella che tuttora presta come Presidente delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani e di Consulente dell’Unione Cristiana dei Dirigenti e Imprenditori Italiani, per lo zelo e la dottrina con cui attende alla cura pastorale dell’Arcidiocesi genovese” (10). L’anno precedente il Papa aveva voluto con tono familiare ricordare ad una rappresentanza di sacerdoti genovesi i suoi legami con il loro Arcivescovo: “Vorremmo in questo momento lasciare libero corso ai ricordi, prima di tutto a quelli che riguardano il Cardinale Siri che conosciamo da 40 anni. Da quando alunno del Seminario Lombardo avemmo la fortuna di conoscerLo; e poi ricordiamo un incontro a Camaldoli in cui avemmo, non so se il merito per Noi, e la colpa per Lui, di stimolarLo a scrivere quei libri che poi vennero e diedero a tanti lettori così sicura e così apprezzata materia di studio sulla Teologia della chiesa. E poi, e poi, Lo ricordiamo in tanti altri incontri: per la Conferenza Episcopale Italiana, per le settimane Sociali e cosi via. E siamo lieti di dire quale stima, quale devozione Noi nutriamo per il Vostro Cardinale Arcivescovo, specialmente per l’alta scienza teologica in cui è distinta la Sua personalità che, spesso, lascia trasparire qualche cosa anche per quanti possono avere la fortuna di ascoltarlo o di leggerlo” (11).
Vengo ora al successore di Paolo VI sulla cattedra di S. Ambrogio, il Card. Giovanni Colombo. Nello studio di Paolo Gheda si fa cenno ad un momento significativo delle relazioni fra lui e il Card. Siri: l’apertura della Sezione di Genova della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale. Vorrei citare questo episodio per far notare come entrambi condividessero una sentita preoccupazione per la situazione della fede e della teologia in quella tormentata fine degli anni ’60 (siamo nel febbraio 1969). Nel proporgli l’adesione dei Vescovi liguri alla Facoltà Teologica, il Card. Colombo scrive al confratello genovese: “In questo momento di contestazione e di confusione, in cui l’iniziativa, purtroppo, è sempre abbandonata a forze erosive, non Le pare doveroso che coloro a cui sta a cuore l’ortodossia della Chiesa Romana e il Primato del Sommo Pontefice, abbiano a unirsi in una convergenza di mente, di cuore e di opere? Sono certo che alla giovane Facoltà Teologica interregionale potrà derivare un grande vantaggio dalla ferma, chiara e forte collaborazione di Vostra Eminenza” (12). Sono argomenti che trovarono immediata adesione nell’Arcivescovo di Genova: “Sono grato e onorato di questa proposta. Per parte mia la accetto e condivido le ragioni che hanno spinto la Eminenza Vostra a formularla… La Chiesa è in stato di larvata persecuzione. Dobbiamo essere tutti fortemente e cordialmente uniti. Dio salverà, ma a noi tocca fare la nostra parte” (13). Su queste basi il progetto si realizzò: infatti, la Facoltà venne eretta canonicamente il 7 Dicembre 1969 dalla Congregazione per l'Educazione Cattolica. Ricordo ancora che il Card. Colombo, già Arcivescovo emerito, intervenne alla XXXII Settimana Liturgica, svoltasi a Genova dal 24 al 28 agosto 1981, dedicata al tema “Liturgia: Spirito e Vita”, e, accoltovi dal Card. Siri, presiedette il 27 agosto la concelebrazione eucaristica nella bella cattedrale di S. Lorenzo (14).
Durante l’episcopato del Card. Carlo Maria Martini il Card. Siri prese parte al XX Congresso Eucaristico Nazionale, tenutosi nella nostra città. Oltre a partecipare alla Messa conclusiva celebrata il 22 maggio 1983 da Giovanni Paolo II, l’Arcivescovo di Genova presiedette al Palasport l’assemblea congressuale del 16 maggio e dedicata al tema “L’Eucaristia parola di salvezza”. Concludendo quell’incontro, il Card. Siri, oltre a sintetizzare con la sua consueta chiarezza di pensiero e di esposizione il tema svolto (15), espresse una considerazione che gli era molto cara, come risulta dal suo insegnamento sulla liturgia e il mistero eucaristico (16): “Si avverte l’esigenza di aggiungere alla catechesi sull’Eucaristia un capitolo di pedagogia, per insegnare il comportamento interiore ed esteriore verso la santissima Eucaristia” (17). Due anni dopo, il 19 aprile 1985, il Card. Siri venne per l’ultima volta nella nostra città a tenere una conferenza al gruppo lombardo dell’UCID, sul tema “La dimensione dell’amore nella giustizia”.
Dopo aver ripercorso i contatti con Milano durante l’episcopato dei miei quattro predecessori, vorrei fare riferimento a due realtà che hanno un radicamento profondo nella nostra Arcidiocesi e che sono idealmente collegate fra loro dal luogo in cui oggi ci troviamo. Infatti, come leggiamo nello studio del Rettore Ornaghi dedicato ai rapporti fra il Card. Siri, p. Agostino Gemelli e l’Università Cattolica, “nell’aula dedicata a Cristo Re (il luogo ha una rilevanza simbolica capitale, come ben sanno tutti coloro che conoscono il significato e il ruolo della Regalità di Cristo nella storia dell’Ateneo di Gemelli), il 31 gennaio 1947 monsignor Siri dà vita al primo nucleo nazionale dell’UCID, di cui sarà l’assistente generale e per moltissimi anni l’ascoltato e amato consigliere morale” (18). Proprio l’Università Cattolica e l’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti costituirono un motivo di legame e di presenza a Milano per il Card. Siri.
Egli nutrì sempre “profonda ammirazione e simpatia verso l’Università Cattolica e verso quanto essa rappresenta” (19), così come nei riguardi del suo fondatore. Commemorando p. Gemelli morto da meno di due anni, in occasione della 39ª Giornata universitaria e del 40° anniversario dalla fondazione dell’Ateneo dei cattolici italiani, l’Arcivescovo di Genova affermò che era “stato un «atto di fede intera, genuina, soprannaturale» a far nascere e crescere l’Università, per sempre contrassegnandone la vita e l’intima vocazione” (20). Il prof. Ornaghi ha attentamente ricostruito nel volume le tappe e i contenuti di tale fecondo rapporto, che divenne motivo per il Card. Siri di contatti intensi con l’Università, con il suo fondatore, con i suoi docenti e le personalità in essa formatisi. In particolare, fu “l’appuntamento delle “Settimane sociali”, nelle varie città della Penisola, a rendere frequenti e sempre più fecondi i rapporti tra Siri e Gemelli” (21), così come vari professori della Cattolica.
Quanto all’UCID, essa sorse come “frutto dell’unione tra le sezioni di Genova e Milano; il suo scopo fondamentale è quello di promuovere il pensiero sociale e lo spirito cristiano tra gli imprenditori e i dirigenti aziendali” (22). Il Card. Siri entrò così in relazione con imprenditori come Angelo Testori, Remo Vigorelli, Carlo Boni, Arturo Molteni ed Enrico Falck, che “sono uomini che, per la gran parte, provengono dalla scuola di formazione di mons. Olgiati” (23), ed ebbe modo di venire nella nostra città per varie conferenze ai soci dell’UCID o per altri eventi legati a quel gruppo. E’ significativo indice della stima che il Cardinale genovese godeva nella nostra città il fatto che il Card. Montini, invitandolo a tenere una conferenza proprio all’UCID sul Concilio Ecumenico, gli scrivesse: “a Milano le vogliono bene!” (24). Come ricorda Danilo Veneruso nel suo ampio saggio in questo volume, “Se a livello imprenditoriale (Siri) avverte il bisogno di operare con la fondazione di un’organizzazione ispirata ai valori cristiani, tale bisogno di operare ancora di più a livello per così dire opposto della classe operaia viene ancora maggiormente avvertito. Per questo il giovane prelato si dedica con particolare attenzione non solo all’ONARMO, che resterà sempre la sua creatura prediletta, ma anche all’Auxilium, una sorta di società cooperativa incaricata di fornire aiuti ai più bisognosi, concretamente configurati soprattutto in abitazioni” (25). Settimane Sociali, UCID, ONARMO con i cappellani di fabbrica, Auxilium-Caritas: sono questi gli aspetti rilevanti dell’intensa azione sociale svolta dal Card. Siri, e alcuni di essi sono anche i motivi che lo avvicinarono alla realtà ecclesiale e sociale di Milano.
In questo breve “sondaggio” sui rapporti fra il Card. Siri e Milano vorrei da ultimo menzionare la sua partecipazione ad un importante evento promosso dall’Arcivescovo Montini. Mi riferisco alla Missione straordinaria per la città di Milano, svoltasi dal 5 al 24 novembre 1957 (26), e che nelle intenzioni del futuro Paolo VI, sarebbe dovuta essere “la più grande Missione che sia stata predicata finora nella Chiesa cattolica, dacché la Chiesa cattolica esiste” (27). Insieme all’altro porporato di origini genovese, il Card. Giacomo Lercaro, Arcivescovo di Bologna, il Card. Giuseppe Siri fu uno dei predicatori invitati da Mons. Montini. Già il 17 dicembre 1956 l’Arcivescovo di Genova aveva tenuto a Milano una conferenza in preparazione alla Missione. Ad essa il Card. Siri partecipò dal 17 al 23 novembre 1953, rivolgendo la sua parola soprattutto all’ambiente dell’imprenditoria milanese, che gli era, del resto, ben conosciuto. “L’Osservatore Romano” del 25-26 novembre 1957, in un articolo sul messaggio con il quale Pio XII chiuse la Missione di Milano, riporta il giudizio che il Pastore di Genova dava di quel grande evento e dei suoi risultati: “Credo proprio che l’esito di questa missione sia positivo. Questo si deve non soltanto all’organizzazione che è stata fattiva, larga e meticolosa, ma anche al fatto di aver voluto la simultaneità e il tema unico. La missione di Milano ha dimostrato che la gente ha sete di verità e di giustizia, cioè della parola di Dio” (28).
Questi tratti sommari che hanno voluto delineare il rapporto del Card. Siri con Milano giustificano certamente la scelta di presentare anche nella nostra città il volume a lui dedicato. Credo, però, che quanto abbiamo rilevato circa i vincoli e l’attività fra il porporato genovese e la realtà sociale ed ecclesiale milanese contribuiscono altresì a giustificare il titolo scelto per quest’opera - “Siri, la Chiesa, l’Italia”-. Come scrisse Giovanni Paolo II nelle lettera indirizzata al Card. Siri in occasione delle dimissioni da Arcivescovo da Genova, “il Suo ministero si è svolto nell’ambito dell’amata Diocesi d’origine, ma gli echi di esso sono andati ben oltre, superando anche i confini d’Italia e raggiungendo le Chiese che nel mondo vivono la fede nell’unico Signore” (29). Il nostro odierno incontro è, dunque, un riconoscimento dell’irradiazione avuta dalla figura, dal magistero e dall’opera del porporato genovese, davvero “una delle figure più significative dell’Italia e della Chiesa universale nella seconda metà del Novecento” (30).
A me preme, concludendo, ricordare però il fondamento ultimo e, allo stesso tempo, la vera chiave d’interpretazione della vita e dell’azione di questo grande pastore della Chiesa. Le possiamo ritrovare in quanto il Card. Siri scriveva, facendo un bilancio della sua vita del suo ministero, nel testamento spirituale che ci ha lasciato: “Sono felice di avere esercitato soltanto il sacerdozio, quello che anche casualmente ne diventava mio dovere”. Soltanto un sacerdote: solo questo, ma anche tutto questo che significa essere sacerdote, volle essere e fu il Card. Siri, ma proprio per questo egli ha dato tanto alla Chiesa e all’Italia e la sua memoria resta ancora oggi così viva e in benedizione.

+ Dionigi card. Tettamanzi
Arcivescovo di Milano


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(1) DIONIGI TETTAMANZI, Omelia per l’anniversario della morte del Card. Giuseppe Siri, 5 maggio 1999.
(2) GIUSEPPE SIRI, Discorso per il XX anniversario della morte del Card. Carlo Dalmazio Minoretti, 13 marzo 1958
(3) Cit. in DIONIGI TETTAMANZI, Omelia per l’anniversario della morte del Card. Giuseppe Siri, 2 maggio 1996.
(4) ANTONIO DURANTE, Il giovane Siri affascinato dalla figura del card. Schuster, in Settimanale Cattolico, anno XII, n. 18, 7 maggio 1986.
(5) DIONIGI TETTAMANZI, Omelia per l’anniversario della morte del Card. Giuseppe Siri, 2 maggio 1996.
(6) UWE MICHAEL LANG, Liturgia, musica e arte sacra: il card. Siri liturgo, in Siri, la Chiesa, l’Italia, pp. 322.
(7) ID., pp. 321-331.
(8) Si veda soprattutto PAOLO GHEDA, Siri e Montini, in Siri, la Chiesa, l’Italia, pp. 3-95.
(9) GIUSEPPE SIRI, Omelia per la S. Messa di suffragio di Paolo VI, 9 agosto 1978.
(10) PAOLO VI, Discorso ai pellegrini genovesi, 28 aprile 1968.
(11) PAOLO VI, Discorso al clero genovese, 8 giugno 1967.
(12) ARCHIVIO DIOCESANO MILANESE, Giovanni Colombo a Giuseppe Siri, 18 febbraio 1969 (ARCHIVIO DELLA SEGRETERIA DEL CARD. ARCIVESCOVO GIOVANNI COLOMBO - SACERDOTI-Vescovi, n. 182, f. 218).
(13) ARCHIVIO DIOCESANO MILANESE, Giuseppe Siri a Giovanni Colombo, 24 febbraio 1969 (ARCHIVIO DELLA SEGRETERIA DEL CARD. ARCIVESCOVO GIOVANNI COLOMBO - SACERDOTI-Vescovi, n. 182, f. 219).
(14) Fra i principali relatori della Settimana Liturgica genovese vi furono i milanesi Mons. Giovanni Saldarini e Mons. Inos Biffi.
(15) “Per riassumere possiamo dire che l’Eucaristia è Parola di salvezza; in essa è presente Gesù Cristo, il Verbo, la Parola di Dio, è tutto. Nell’Eucaristia c’è nostro Signore Gesù Cristo, il Rivelatore, colui che ha portato la verità e la legge e dal quale viene la ricchezza del pensiero espresso nella Parola. Infine nel sacramento dell’Eucaristia anche le sacre specie diventano per noi “parole”, le quali indicano che Cristo è cibo per noi figli adottivi di Dio. Dobbiamo mangiarlo e la manducazione si consuma nell’assimilazione che è la più grande forma di unione conosciuta in natura, è l’invito, la proposta divina ad essere uniti a Lui indissolubilmente” (in Atti del 20° congresso eucaristico nazionale, Milano 1983, p. 334).
(16) In proposito si veda, ad esempio, UWE MICHAEL LANG, Liturgia, musica e arte sacra: il card. Siri liturgo, in Siri, la Chiesa, l’Italia, pp. 321-331.
(17) In Atti del 20° congresso eucaristico nazionale, Milano 1983, p. 334.
(18) LORENZO ORNAGHI, Giuseppe Siri, Agostino Gemelli e l’Università Cattolica del Sacro Cuore, in Siri, la Chiesa, l’Italia, p. 113.
(19) Giuseppe Siri ad Agostino Gemelli, 6 gennaio 1945, cit. in ID., p. 111.
(20) ID, p. 128.
(21) LORENZO ORNAGHI, Giuseppe Siri, Agostino Gemelli e l’Università Cattolica del Sacro Cuore, in Siri, la Chiesa, l’Italia, p. 116.
(22) ID., p. 113.
(23) Ibid.
(24) ARCHIVIO PERSONALE CARD. GIUSEPPE SIRI, Corrispondenza con Casa Pontificia. L’8 marzo 1960 il Card. Siri tenne una conferenza su “Il Concilio Ecumenico. Significato teologico e funzione storica” (testo pubblicato poi in La giovinezza della Chiesa. Testimonianze, documenti e studi sul Concilio Vaticano II, Pisa 1983, pp. 35-42).
(25) DANILO VENERUSO, Il card. Giuseppe Siri e l’ONARMO, in Siri, la Chiesa, l’Italia, p. 137.
(26) Cfr. DIONIGI TETTAMANZI, L'arcivescovo Montini e 'La missione di Milano' (1957), a Brescia, Istituto Paolo VI – 28 settembre 2007, X Colloquio Internazionale di Studio “La trasmissione della fede. L’impegno di Paolo VI”.
(27) La conversione dei cuori (Lezione tenuta ai laici collaboratori dei predicatori della Missione e iscritti ai corsi di teologia indetti in preparazione della Missione cittadina straordinaria del mese di novembre), in Discorsi e scritti milanesi (1954-1963), Brescia-Roma, Istituto Paolo VI-Edizioni Studium, 1997-1998, p.1344.
(28) Il Messaggio Pontificio chiude l’imponente Missione Milanese, in “L’Osservatore Romano”, 25-26 novembre 1957, p. 4.
(29) In Siri, la Chiesa, l’Italia, p. 397.
(30) PAOLO GHEDA, Introduzione, in Siri, la Chiesa, l’Italia, p. IX