Omelia di Commiato (Cattedrale di S. Lorenzo)

Eccellenze, onorevoli Autorità, cari confratelli, fedeli, questo non è un addio, è un commiato.
Ringrazio tutti coloro che hanno voluto essere presenti: questo è segno della loro gentilezza. In modo speciale presento il mio grazie a tutte le Autorità.
Ora debbo dire quello che la circostanza richiede. Non sono io che vi abbandono. Io compio un dovere; obbedisco. E, detta la parola “obbedisco”, non ho altro commento da fare. Si obbedisce a Dio e a chi comanda in nome di Dio. Non posso travolgere l’ordine creato e dare il potere di comandare a chi non l’ha. Debbo accogliere chi il potere l’ha e l’ho accolto. Pertanto non vogliate stimare la mia una fuga, non lo è. Non vogliate chiedere neppure se ho un cuore di pietra. No. Nessuno può immaginare che cosa un padre prova, sopporta, quando deve lasciare la sua famiglia. Quello che certamente non morirà mai in me è che vi ho voluto bene.
Ma probabilmente vorreste saperne di più e sono qui per accon¬tentarvi. Quali sono i principi che mi hanno guidato? Naturalmente quelli della nostra santa fede. Questo lo sanno tutti.
E quelli che hanno segnato la strada pratica? Eccoli. Ho sempre stimato gli uomini perché mi sono sforzato di ricor¬darmi che, creati da Dio, portano con loro naturalmente il bene e quando in loro si vede anzitutto il bene che hanno tutti, si trattano in modo degno e diverso. Credo sia meglio vedere il bene negli uomini che non il male. Questo è contro il concetto della creazione ed è contro ogni buona armonia fra di loro, tanto che – e non lo dico certo per vendetta – se vogliono godersi il male sappiano che il male è incapace di essere goduto. Non ho visto gli uomini secondo quelle apparenze che, general¬mente, quando non sono buone, sono poco sincere, ma ho cercato di vedere il bene. E oggi, pressoché al limitare della mia vita, ne sono contento ed auguro altrettanto a quanti ora mi ascoltano.
Ho obbedito sempre. Con la dignità degli anni, posso dire che la migliore strategia della vita è obbedire a chi si deve per riuscire a non obbedire a chi non si deve obbedienza. Si pecca, ma si paga. Ecco gli umili principi che mi hanno guidato.
Quando sono entrato in questa Cattedrale or più di 41 anni, ho detto: “Non sono qui da me, non sono qui per me”. Ho cercato di camminare sempre secondo questa promessa che ho fatto a tutto il popolo e ne sono contento. Lascio la “Casa” che ho abitato per 41 anni come vi sono entrato. Ringrazio Dio che mi abbia aiutato a fare così.
Ma a questo punto, detta, forse, la cosa più importante, debbo ricordami della storia. E voglio anzitutto ricordare il mio venerato e santo antecessore il Cardinale Pietro Boetto, perché ho imparato da lui, ho ricevuto da lui. Debbo dire chiaramente una cosa, per ristabilire equilibrio e giustizia: se nel 1945 il Porto di Genova si è salvato e Genova si è salvata (perché non poteva saltare in aria il porto con 360 mine, senza che saltasse in aria anche tutta la città vecchia) questo lo si deve all’umiltà di questo venerando Arcivescovo. Sarebbe bastata superbia, poca anche, quella che è tanto comune, di temere che un proprio sottoposto faccia più bella figura, perché Genova non esi¬stesse più, ma l’umiltà di quell’uomo veramente di Dio ha salvato tutto. E a quello che bisogna rivolgere quel tanto di riconoscenza che in una simile non certo piccola faccenda, si può rivolgere in questo mondo. La vera riconoscenza di tutto, mia e vostra, sale a Dio e là si ferma per sempre.
La storia: abbiamo vissuto insieme un cambiamento profondo di vita, di esperienza, di ricerca e di pretese del genere umano. Ho dubbio che questo immenso cambiamento sia stato inteso da tutti. Ci siamo divertiti – non io certamente – a distribuire appellativi inu¬tili e poco intelligenti, ma non abbiamo capito che cosa andava suc¬cedendo. Comunque abbiamo assistito e, se oggi siamo vivi, abbia¬mo la speranza e dobbiamo e possiamo averla, è grazia di Dio. Al¬meno qualche volta ricordiamocene.
Abbiamo vissuto un periodo in cui anche la Chiesa ha sofferto. Si capisce benissimo che quando c’è una sofferenza, qualche cosa succe¬de che non è desiderabile. Ma vorrei richiamare coloro che, perduta – perduta, dico – la capacità di capire le cose anche semplici, hanno dedotto, da questo periodo di transizione dell’intero genere umano, conseguenze irrazionali, illogiche, dannose, forse fatali. Bisogna che impariamo a vivere senza diventare i poveri servi del¬le tenebre e delle nubi che vanno camminando nel cielo e restano nubi. E’ meglio essere servi di Dio che paurosi delle nubi. Questo periodo l’abbiamo vissuto insieme. Domando: chi ha capito? E se non avesse capito faccia presto.
Mi rivolgo in modo speciale ai miei confratelli che, dovendo dare agli altri la verità, non possono accettare le tenebre. E questo è l’ultimo invito. Guardatevene bene! Non ingannate voi e i fedeli che hanno il dovere di apprendere da noi la verità di Cristo.
Abbiamo vissuto momenti gravi, ma sempre avvertiti nella loro distinzione temporale. La nostra città ha sentito palpitare il cuore di dolore e di timori. E’ meglio rivolgersi a Dio che perdersi nei timori. Di là tutto può essere salvato. E se qui c’è qualcheduno che in proposito deve accettare qualcosa, lo faccia e accolga l’ultima preghiera che gli viene da un altare da dove da tanti secoli Genova attende la preghiera e la grazia di Dio.
Ringrazio tutti quelli che hanno lavorato per il ben in qualunque direzione, perché il bene è bene: o lo è o non lo è. Ringrazio tutti. Posso dire che ho ammirato molti uomini. Naturalmente i nomi si tacciano, perché non finirei mai. Ho ammirato la loro coerenza, la loro costanza, la loro collaborazione. L’ho ammirata seriamente e debbo dirlo prima di cominciare a tacere.
Abbiamo visto nuovi mali apparire: non se ne andranno tanto facilmente, perché la chiave della storia sta in mano a Dio, e Dio guarda al bene e al male. Tutte le cose entrano in queste due categorie, e badiamo che non esistono categorie neutre. Non esistono. Attenti a non cadere in questa idea.
Siamo qui: io per finire, voi per continuare. Ogni circostanza deve insegnare qualcosa e siccome l’ufficio di un Vescovo è anzitutto quello di insegnare la verità e stare sempre dalla parte della verità, chiedo al Signore che sia largo di grazia con me, con il mio degno Successore, con voi suoi collaboratori, perché abbiate sempre a camminare per vie giuste e rette nelle quali soltanto si troverà il bene e la gioia di Genova.
Che possiate avere tutti la saggezza. Che possiate tutti avere il dono della fede. Che possiate avere tutti la dignità della coerenza e della costanza, quella che è stupenda davanti a Dio.

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