Newsletter n.63 Cardinal Giuseppe Siri

Martedì, 18 Dicembre, 2012 – Siamo giunti in prossimità del Natale e per questo vi offriamo tre testi natalizi del Cardinale, entrambi del 1977: le omelia per la Messa di Mezzanotte e per quella in die e la catechesi ai Secondi Vespri di Natale (questi due ultimi testi sono finora inediti).A tutti coloro che seguoni il sito dedicato al Card. Siri l’augurio di un Natale sereno e santo e di un 2013 colmo di benedizioni del Signore.*****S. NATALE – S. Messa nella Notte (1977)L’Evangelista Luca ci ha narrato ora della nascita di Gesù (Lc 2, 1-14).Perché Gesù è nato? Perché? Per noi. Da sempre nel Credo noi cantiamo: “per noi uomini e per la nostra salvezza è disceso dal cielo”. Questo è il punto. Se è nato per noi, abbiamo il diritto di trarre alcune conclusioni.La prima: noi siamo preziosi per Dio. Sarebbe bene che non dimenticassero questo gli uomini, sarebbe bene che, stimando sé più di quello che non fanno, sapessero adornare la propria anima di virtù e di meriti.Ma c’è un?altra conclusione: se Egli è nato per noi, vuol dire che ci ama. Di fronte alle vicende del mondo, alle quali noi non possiamo mostrare che la nostra impotenza, che cosa abbiamo da opporre? Solo questo: che Dio, il Creatore, ci ama. Sentite questo: e perché ci ama? Ci ama perché è nato per noi. Allora abbiamo di che sperare!Il Natale segna sempre un punto cruciale dell’anno: l’anno civile muore subito dopo il Natale, e la festa del Natale sembra preparare l’anno nuovo. Con che cosa in mano possiamo noi inoltrarci ridenti e sereni nel nuovo anno? Solo con questo: che Dio ci ama e che questo amore può essere tarpato e impedito solo dalla nostra cattiva volontà, dalla perversione dei nostri atti, dei nostri sentimenti e dei nostri desideri. Ma Egli ci ama. Abbiamo dunque da temere se portiamo con noi questa assicurazione superna? No! Abbiate fiducia.Così sia!S. NATALE – S. Messa nel Giorno (1977)Il Vangelo letto ora, che è il prologo giovanneo (Gv 1, 1-18), presenta il grande affresco di sfondo della Natività: la realtà eterna nella quale vive il Verbo, la creazione della quale Egli fu causa esemplare, la preparazione storica che ebbe il suo culmine in Giovanni Battista, ma poi la affermazione centrale; abbiamo sentito “Il Verbo si è fece uomo ed abitò fra noi” (Gv 1, 14).Vi invito a soffermarvi a questo punto: dove abitò fra noi? E apparve “pieno di grazia e di verità” (Gv 1, 14). Dove? A Betlemme. Come? Nacque verginalmente e fu posto in una mangiatoia; pertanto è nato in una stalla. I costumi degli arabi palestinesi d’oggi ripetono ancora, come se i millenni non fossero passati, gli usi del tempo in cui è nato Gesù. Pertanto la scena può essere ricostruita benissimo.Ma che cosa è questo nascere nella povertà? Che valore ha? Che cosa dice a noi? Il discorso ricorre troppo frequentemente, perché qualche volta non ce se ne occupi, e il giorno adatto è oggi, perché abbiamo davanti il nato Bambino, nato in una stalla e deposto in una mangiatoia. Poteva nascere in aule dorate, poteva avere intorno la corte, non l’ebbe. Ebbe solo una stalla e una mangiatoia. Perché?La prima ragione che noi possiamo vedere è che Egli si è voluto mettere accanto ai meno fortunati nella storia umana, perché, se fossero tentati di sentirsi meno uomini ed avere minore dignità degli altri, sapessero che accanto hanno il Figlio di Dio. Questa è la prima ragione (di quelle che noi vediamo beninteso!).Ma ce n’è un’altra, che è richiamata dall’ultimo giaciglio: l’ultimo fu la Croce. Nato in una stalla, morto su una croce. Ed allora il valore della nascita in una stalla e dell’essere deposto in una mangiatoia è questo: ricordare agli uomini che sono salvati dal sacrificio, sono conservati nella loro morale dignità ed efficienza solo dal sacrificio. Le cose più grandi che possono essere in loro – l’ispirazione, l’amore – sono salvaguardate soltanto dal sacrificio.Ma c’è un’altra ragione che mi sta a cuore di spiegare. Gesù dà a noi la interpretazione della povertà. Siccome se ne parla molto, anzi se ne parla troppo, e in una forma perlomeno faziosa, ma quasi sempre del tutto ipocrita, ritengo necessario raccogliere la spiegazione che della povertà di Betlemme, simbolo di ogni povertà, ha dato il Figlio di Dio. Ed ecco la spiegazione. Si, è nato in una stalla, deposto in una mangiatoia, però c’era una stella che si era mossa dagli abissi del cielo e aveva condotto – sarebbero arrivati da lì a pochi giorni – dei Magi dall’Oriente. Le stelle non si commuovono per gli uomini, affatto! La stella era qualche cosa di più di un trono o una sala o una camera dorata. C’era la stalla, d’accordo, ma il coro fu fatto dagli Angeli e cantò quello che tutti voi sapete. Il cielo echeggiò, e non per voci umane, e questo è stato il commento alla povertà di Betlemme. Quel momento era stato predetto secoli prima, quel luogo era stato predetto secoli prima, Lui era stato descritto secoli prima. Gli uomini non hanno simili onori e simili grandezze, e allora è evidente la conclusione: la povertà di Betlemme indica che la povertà non è un dato assoluto, la povertà materiale, dico; parlo di quella, perché stalla e mangiatoia, se non erro, sono cose molto materiali. Non è un assoluto.Perché non è un assoluto la povertà materiale in se stessa, della quale continuamente si parla a sproposito, perché? Perché può avere due applicazioni, e secondo l’amore con cui sono fatte, possono essere ugualmente grandi e sante davanti a Dio e davanti agli uomini. La povertà può essere accettata, voluta, per amore, e questo è il primo modo. I beni della terra , il cui rifiuto o la cui mancanza è oggetto della povertà, sono strumenti per un bene maggiore. Provatevi a scegliere tra questa alternativa. Se sarete ragionevoli, non potrete scegliere altro che in questo modo: è l’amore che deciderà quale dell’una, quale dell’altra, non l’odio, non la fazione, non la ipocrisia. La povertà materiale non è un vanto, la povertà non è la miseria, la povertà è la sufficienza con qualche “taglio” di quello che è necessario; la miseria è la mancanza di quello che è necessario. Gesù conobbe la povertà, la volle, ma non volle la miseria. Quando è morto sulla Croce, si sono giocati la sua tunica inconsutile, segno della proprietà civile con la quale il Figlio di Dio ha dignitosamente portato dinnanzi agli uomini la Sua povertà, non facendosene un vestimento di orgoglio e di stupida distinzione dagli altri. L’alternativa rimane: quando qualcheduno si trova dinnanzi all’argomento provi a decidere; non potrà decidere se non in un modo: per amore.Così sia.S. NATALE – Vespri (1977)La catechesi del giorno di Natale invito a farla sulle circostanze storiche della nascita di Gesù; penso che queste circostanze abbiano qualche grande insegnamento da darci.Nostro Signore è nato tre, quattro anni prima dell’era volgare. L’errore di calcolo fu fatto quando Dionigi il Piccolo fece il computo per istituire la numerazione degli anni dalla nascita di Cristo, ma, basandosi sulle incomplete serie dei consoli, sbagliò. Comunque possiamo tenere la numerazione che abbiamo, non è questo quello che ci deve interessare.Nel momento in cui Nostro Signore nacque, era pace nel mondo. Paolo Orosio, il prete lusitano che ebbe da S. Agostino nel 417 l’incarico di scrivere una storia universale come documentazione della grande opera dello stesso Agostino, il “De Civitate Dei”, ci dà il quadro di questa pace. L’impero romano si trovava per la prima volta tranquillo, Augusto era ormai all’apogeo della sua potenza e quello fu e rimase il secolo d’oro della letteratura latina, mentre già era in piena decadenza, colla koiné alessandrina, quella greca. Ma si può dire: l’orizzonte degli scrittori che parlavano di questo – Paolo Orosio, Ireneo, Eusebio di Cesarea ed altri – era l’orizzonte greco romano, ne era fuori l’Africa, ne era fuori l’Asia. Credo che non si debba cambiare il giudizio, perché quanto all’Africa e all’Asia, la prima non aveva ancora sviluppato la sua civiltà propria, salvo nella fascia mediterranea soggetta a Roma, la seconda, l’Asia, si era già addormentata e pertanto non si avevano guerre, ma soltanto i soliti tafferugli locali. C’era pace nel mondo.Vedete, esiste un ritmo in tutto il creato che si ripete: nell’organismo umano esistono gli anticorpi per difendersi dalle invasioni patogene; nella storia esistono pure gli anticorpi. Dio ha fatto tutto con un ritmo perfetto, che si estende quanto si estende la Sua creazione e il presente ordine. Gesù nacque nella pace, ed è per questo che gli angeli, sopra Betlemme, nella notte santa, poterono cantare: “Pace agli uomini”. “Pace agli uomini”: dal secolo II avevano tradotto “agli uomini di buona volontà”, ora hanno cambiato, ma è la stessa cosa: pace! Si sarebbe detto che il mondo all’avvento del piccolo Fanciullo, coricato nella mangiatoia di Betlemme, ha tenuto il respiro. La pace! Ma andiamo oltre.Diamo uno sguardo alla situazione religiosa del mondo, perché è questa che ha da insegnarci qualcosa oggi, è questa che mostra Gesù Cristo storicamente al centro di tutto. C’è un fenomeno religioso che è comune a tutti i popoli, anche se si è manifestato in maniera diversa, secondo la propria levatura e il limite di civiltà che hanno raggiunto. Il fenomeno è questo: avevano il bisogno tutti i popoli di sentire vicina la divinità, e hanno fatto tutti i tentativi per averla vicina, tentativi che a noi sembrano anche ridicoli, ma erano tentativi per averla vicina. Ed è da qui che nascono gli idoli: averla tanto vicina per potersela portare in casa, in viaggio. Di qui nasce l’animismo: la divinità che è visto negli alberi, nelle piante; per quelli che non avevano altro, le uniche cose erano gli alberi e gli animali: alberi ed animali furono considerati come manifestazioni, incarnazioni della divinità, teste di un ansito che la natura umana ha sempre avuto: la vicinanza di Dio, l’angoscia della vicinanza di Dio. Con molta superficialità si parla dei pagani e talvolta si ride; credo che le cose debbano essere prese un po’ più sul serio! Certo, ci sono cose che di fronte alla verità, che per noi è così chiara, appaiono estremamente ridicole, però, quando si pensa che è stato il tentativo di averla vicina la divinità, e che quando si è manifestata e si è resa completamente vicina ed è vicina, perché abbiamo il Signore in questo tabernacolo, noi ci meraviglieremo forse di averLo tanto vicino? Ci siamo abituati a considerarLo poco e abbiamo torto! La nostra maleducazione con Dio talvolta rasenta l’incredibile, ed io sento il bisogno di oppormi a tutto questo. Quelli che non l’hanno conosciuto Gesù Cristo, in una forma strana, incosciente, ingenua, bambina, talvolta pittoresca, l’hanno voluto vicino; tutta la terra ha voluto vicina la divinità, e questo è un carattere comune a tutte le religioni.Passiamo ad un altro ordine di considerazioni. Man mano che la civiltà cresceva, il fatto religioso non si è espresso più soltanto in questo desiderio, in questo sentimento esplosivo, che aveva delle risoluzioni anche comiche per noi, ma si è centrato nel pensiero, e il pensiero umano appena appena le civiltà hanno raggiunto il traguardo della intelligenza operante, si è occupato soprattutto della divinità. I primi greci hanno fatto questo: hanno sbagliato perché, ingenui come i loro predecessori, l’han messo nell’acqua, nell’aria, nel fuoco. Ingenui, ma un po’ meno incivili. Ma era lo sforzo di una ricerca, e dobbiamo tener conto di questa ricerca. Ma ecco che quando questa ricerca della divinità, che è stata universale e che nelle linee quali assume comunemente viene a dar ragione solo alla Rivelazione cristiana, quando questa è maturata, si è incontrata con i grandi problemi, e fu in Oriente. Il problema del dolore ha sempre reso affaticati gli uomini, stanchi della loro esperienza: perché dobbiamo soffrire? Ed hanno cercato di dare delle risposte. In India, con un’influenza che arriva poi sino al Giappone, Budda risolse il problema del dolore a questo modo: annichiliamoci, non sentiamo, dormiamo e badiamo da noi stessi. Dite voi se questa è una risoluzione; è una fuga, perché anche il sonno non precipita affatto nel desiderato nirvana buddista. Ma quando l’intelligenza si è volta verso il problema religioso, l’ha necessariamente accomunato al problema dell’uomo, al mistero dell’uomo. Nell’area mediorientale ha incontrato di peggio, ha incontrato, si può dire, contemporaneamente all’era volgare, il problema del male, che ha schiattato al secolo secondo dell’era cristiana e che gli uomini non sapevano risolvere, perché il manicheismo, che fu distrutto dal genio di S. Agostino, non era una soluzione, era soltanto una fuga. Eccovi il genere umano.Si arriva la momento in cui Gesù nasce, il momento della pace universale, il momento in cui cambia la sorte del tempio di Giano a Roma, il momento in cui Augusto crede di potere innalzare l’Ara Pacis, che ancora oggi si vede a Roma, il momento in cui Augusto eleva l’altare in Campidoglio alla Vergine, che non sa chi sia, ma è la Vergine, e su quell’altare oggi sta la Basilica di Santa Maria in Ara Coeli. Quando il problema religioso, il più grande problema del genere umano, è arrivato ad incontrarsi attraverso il pensiero con i misteri della vita dell’uomo, che cosa ha potuto fare la Grecia? La divinità l’ha tirata giù e per far più presto l’ha attribuita a quelli che stavano giù per farli andare su e ha creato i miti. I miti con gli eroi divinizzati sono un altro sforzo per avvicinarsi, partendo dalla parte opposta, alla divinità. Però quando anche in Grecia il problema religioso, oltrepassando il sentimento, si è accostato al pensiero e al problema umano del mistero della vita, allora che cosa ha saputo fare? Testimoni i grandi drammaturghi, che hanno toccato la sommità della perfezione dell’arte greca; ecco l’impossibilità di togliere il peccato, la nemesi inevitabile, e si sono fermati lì.E’ in mezzo a questo panorama che sorge il Bambino di Betlemme e che dice “Volete la divinità vicina? Eccola! Volete risolvere il problema del dolore? Vi aspetto nella vita eterna: ecco la risoluzione! E vi do modo di arrivarvi. Volete risolvere il problema del bene e del male? Vado in Croce, e il male lo cancello io, prendendolo sulle mie spalle e già indicandolo con la umiltà e la povertà di Betlemme”.Questo è il quadro. Il quadro dell’umanità è grandioso, ma al centro c’è Gesù Cristo, badate bene. Tutte le civiltà prima di Lui o non si sono sviluppate o sono morte senza lasciare tracce o si sono addormentate per due, tremila anni aspettando che arrivasse Lui. Solo dopo che è arrivato Lui la civiltà non è più morta, e quando le vicende umane, delle umane istituzioni, per la calata dei barbari erano impari a riempire il vuoto creato, l’abisso aperto, la Chiesa ha supplito, l’opera di Cristo. Ma da quando è nato Gesù Cristo la civiltà non è mai più scomparsa. Non scomparirà neppure in avvenire perché c’è Lui, perché noi abbiamo la risoluzione di quello che ha costituito l’ansietà di tutti i secoli e di tutti gli uomini che hanno pensato. E noi che abbiamo in mano la risposta, che abbiamo in mano la certezza, giochiamo tante volte con questa certezza e con questa divina dottrina come se fosse unicamente un gioco da circo. In mezzo a questo, che si vede, il Bambino di Betlemme resta nella mangiatoia, ma tutto in Lui è grande.menti del Suo Unico Creatore!

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